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domenica 4 ottobre 2015

SHOPPING SENZA FRONTIERE: DEPOP.

A volte, anche in una città come Milano, lo shopping è una pratica difficoltosa. Indirizzi sbagliati, orari d'apertura da medioevo, impegni lavorativi e un sistema metropolitano inefficiente ci conducono troppo spesso a optare per la scelta più ovvia e più semplice, ovvero Zara. Zara, per coloro a cui piace vincere facile.

Il mese scorso cercavo una cintura un po' gioiello da abbinare all'abito per il matrimonio del primo (e unico) tra i miei cugini a cui non sono venuti eritemi in faccia al solo sentir menzionare la parola "confetti". Non che ci avessi pensato io,onestamente, ma di fronte al mio allegro abito pantalone blu notte abbinato con accessori neri, Madre e zie timidamente mi hanno suggerito l'idea di dare un po' di luce al mio abbigliamento funereo con qualcosa che fosse un po' meno creepy e magari intonato alla clima di giuoia della serata imminente.

Quindi volevo una cintura a vita alta, sottile, magari colorata, magari con delle pietre. Piena di buone speranze, sono uscita di casa e mi sono aggirata per il mio quartiere, Isola, il quale letteralmente pullula di negozietti vintage e second hand, vuoi che non riesca a trovare qui la cintura che mi aggrada? E infatti. Al che, amareggiata e con un culo più pesante di una sporta di mattoni, l'ideona: cià, ma proviamo a vedere cosa trovo su Depop.

Depop (ma molto tempo prima che vi approdassi io si chiamava Garage) è una specie di mercatino dell'usato virtuale in cui blogger, shopping compulsive e chiunque altro vende-compra-scambia in un ambiente relativamente protetto. Non so come né quando né perché, ero iscritta ab illo tempore senza mai degnarmi di usarlo, fatto sta che l'app campeggiava tronfia con il mio profilo intonso sullo schermo dell'Iphone.

Da vera vecchia quale sono, ho sempre titubato sugli acquisti on line, in primis per una questione di anziana malfidenza (ma sarà mica una truffaaaaaa?), e in secondo luogo perché l'idea di acquistare senza vedere-toccare con mano e soprattutto provare mi genera un po' di ansia. Eppure come si sa, a mali estremi occorrono rimedi estremi, perciò, senza grandi aspettative, mi sono messa a spulciare in cerca della cintura perfetta e... tadaaaan!  Contro ogni aspettativa, eccola lì la mia cintura, un gioiellino targato Armani primi anni 90 in raso nero e cristalli, ammiccante dallo schermo e, destino dei destini, DELLA MIA MISURA!

Luccica e sta almeno dieci centimetri sopra l'ombelico... perfetta direi!

E' stata un'escalation dalla potenza inarrestabile di una slavina: intanto ho pensato, se compro perché mai non dovrei anche vendere, e far fruttare così tutti quegli ingombri vestitiformi che sono sopravvissuti al ciclone Marie Kondo solo per rimanere un'altra stagione a campeggiare nel mio armadio?
Naturalmente, prima ancora che avessi deciso anche solo vagamente cosa mettere in vetrina, avevo di nuovo acquistato un paio di occhiali da sole, introvabili nel colore che mi piaceva in tutto l'interland milanese.

Ciao Me-Tro Spektre Blue Mirror, vi ho desiderato tanto, non lasciamoci più.

Questa è la prima difficoltà di Depop: mantenersi razionali. C'è tanto ciarpame naturalmente, tante cose che semplicemente non interessano, ma trovi anche pezzi meravigliosi, introvabili, desiderati, il più delle volte a veramente poche manciate di euro o comunque a prezzi vantaggiosi rispetto a quelli dei negozi fisici. E la tentazione è forte, perciò è necessaria l'autodisciplina: io mi sto creando una sorta di wishlist di oggetti che mi piacciono, e ho deciso che comprerò man mano che, vendendo, me lo potrò permettere. In questo modo non divento povera e tengo fede al mio proposito di non sovraccaricare l'armadio. Al momento sono a tre acquisti e ho una wishlist chilometrica che comprende una gonna di Lazzari adorabile con le taschine a forma di mela, una pochette rosso fragola American Apparel, scarpe improbabili e un'insegna rotativa al neon (?).

No, ma non mi sta prendendo la mano.

Se gli acquisti vanno alla grande, delle vendite posso giusto non lamentarmi: Depop ha solo confermato un sospetto che avevo già da tempo, ovvero una scarsa propensione da parte mia per gli affari. Se il mio approccio verso quello che voglio comprare è mi piace - pago - prendo, quello del 90% del resto del mondo è forse mi piace ma vorrei le foto anche del buco del culo - ti chiedo le misure precise al millimetro - che composizione ha? - vorrei vederlo indossato - ho gli sbatti però giuro ti pago - ho problemi con PayPal - ho problemi con Postepay - mi è affogato il pesciolino rosso e non ho potuto ricaricare - ma mi fai lo sconto? - le spese di spedizione non te le voglio pagare - scambi? 
Ci sono persone con cui si arriva a scambiarsi i dati del pagamento e poi spariscono. Letteralmente. Nel nulla.
Altre fanno proposte assurde.
Tutti hanno problemi. E tutti (tranne me) sono bravi a chiedere gli sconti.

Anche su Depop la differenza tra la gente figa e me è lampante, e il fattore discriminante non è tanto quello che proponi quanto - scopertona -  come lo fai. Ho capito che la qualità migliore nel mondo contemporaneo è la capacità di fare foto decenti. E avere una casa adeguatamente illuminata.
Io devo ovviamente fare tutto da sola, ho chiesto una volta una foto a Il Pelliccia e ciao. Ragazzi, faccio quello che posso, davvero: spesso ho paura che il portinaio passi sul ballatoio e mi becchi in mutande in piedi sul tavolo a fotografare un foulard. Il risultato sono sempre foto sovraesposte, sgranate, con me che cerco goffamente di nascondere il fatto che sotto quell'adorabile giacchina che sto cercando di propinarvi, ho un pigiama  con la faccia di Pluto.

Qualche informazione per le vecchiacce malfidenti come me: 
è sicuro? Con un po' di buonsenso annesso, direi di sì. Ovvio che ci sono le fregature, tipo gente che cerca di rivenderti cose che troveresti a molto meno direttamente in negozio o ciarpame inguardabile. Tendenzialmente però, il fake è controllato, punito e castigato, e pagando direttamente tramite il sito hai anche diritto a una tutela in caso di acquisto di merce non conforme a quella pubblicizzata (leggi, truffeeeeeee). Da parte del venditore, i soldini ti arrivano direttamente sul tuo conto PayPal e se la merce che hai spedito per un qualche motivo viene dirottata in Perù interviene Depop che ti rimborsa. 
è conveniente? Sì, no, dipende. Devi stare attenta a cosa stai cercando, valutare le proposte ed essere veloce. Perché è ovvio che se c'era un'occasione, te l'hanno appena soffiata sotto il naso. La buonafede è alla base, ma non passate per coglione: ovvio che certe cose non le regala nessuno, ma prenderle di seconda mano per risparmiare un pulcioso euro anche no. Fate cinque minuti di ricerca su internet e siete in grado di capire se ne vale la pena o conviene girare da un'altra parte.
è lucroso? AHAHAHAHA. Se pensate di fare i soldi con Depop, CIAO. Il mercato è saturo, e ci sono già le leonesse a detenere il posto fisso in Home page. Accontentatevi di ricavarci la paghetta e di avere l'occasione di disfarvi di pezzi che tenete nell'armadio a fare la muffa da ormai troppo tempo.
è davvero interessante? SI'. In mezzo al ciarpame c'è la possibilità, per chi ha la tenacia del cane da tartufo, di trovare pezzi veramente unici: c'è del vintage, ci sono oggetti del desiderio andati sold out ovunque, il fatto a mano, le edizioni limitate del recente passato, o semplicemente oggetti che covavi da tempo ma che non ti era mai riuscito di trovare nelle tue solite frequentazioni.

Turbante fatto a mano, il brand si chiama S L O W L Y e crea dipendenza.

Vi ho convinte? Ci vediamo su Depop? E allora vi smarchetto subito il mio account che certamente è lagianni85: va bene, le foto fanno cagare, è vero, l'ho infarcito di puttanate di Zara, ma i prezzi cercano di essere onesti e non vi faccio pagare le spese. E poi dai, l'insegna rotativa in cucina mi serve davvero.

Ma vi immaginate le minchiate che potrei scriverci?!



giovedì 24 settembre 2015

SI FA PRESTO A DIRE SHOPPING

Parlare della Milano Fashion Week durante la Milano Fashion Week è così mainstream che ormai non lo fa più nessuno, apparte IoDonna e MarieClaire. E vivaddio, perché se c'è un periodo dell'anno in cui sentirti la grande esclusa, è proprio questo: niente party. Niente sfilate. Manco un pulcioso fotografo di street style che ti si fila (ehy Scott Schuman, dico a te se mi leggi!). Per fortuna che ieri sera hanno passato KungFu Panda alla tv, sennò sai la noia.
Pertanto non proferiremo verbo sulla questione - tranne che per dire che la Chiaretta Ferragni per il momento sta azzeccando tutti i look, alla faccia di chi le vuole male - ma parleremo piuttosto di altro,  argomenti caldi che necessitano una più approfondita dissertazione, ad esempio:
che alternativa trovare a questa riga in mezzo che ha stufato e che ho scoperto dopo due anni che mi sta male perché ho la fronte bassa?
è forse giunta l'ora di prendere in considerazione una seconda sfilza di sedute per la depilazione laser e disboscare definitivamente le gambe?
cosa regalarmi per celebrare i trent'anni che si avvicinano? 

Ma anche: perché è così difficile fare lo shopping per i bambini?

Stasera andiamo a cena a casa dell'ultimo nato dell'ormai nutrita schiera di nipotini e nipotine acquisiti: un bel batuffolino cicciottoso col naso a patata che si chiama come la più ganza della Tartarughe Ninja. C'è di che festeggiare, e festa significa regalo, sennò si sarebbe chiamata pizzata e pace all'anima. Inoltre, il galateo non scritto dei bambini vuole che non ci si dimentichi che il festeggiato in questione ha sorelline/fratellini più grandi, oltretutto reduci da forte shock emotivo, che necessitano pertanto di un premio di consolazione. Per espletare questi miei doveri morali, oggi sono andata in missione baby shopping. Trattasi di una di quelle attività, insieme ai matrimoni, per cui generalmente mi si attribuisce uno stratificato know-how, per il semplice fatto che mi ritrovo spesso ad averci a che fare. Errore. Così come ai matrimoni non so mai cosa mettermi né quali sono le frasi di augurio adatte da sussurrare all'orecchio della sposa, lo shopping per bambini mi catapulta in una realtà parallela in cui le misure vengono espresse in centimetri e i giochi hanno sempre parti piccole che potrebbero essere ingerite o aspirate (crisidansia: ma perché ce le devono mettere, queste parti, non possono creare giochi da un unico blocco di plastica?).
Certo, qualche nozione di base ce l'ho. Ad esempio so che, mentre la PeppaPig divide genitori e bambini (e io sto coi genitori, perché questa storia delle famiglie monorazziali deve proprio finire), mentre invece Masha e l'Orso mette d'accordo un po' tutti (tranne Il Pelliccia, che familiarizza con l'Orso e ci sta male). Ma al di là di questo, brancolo nella nebbia per terreni sconosciuti.

Trovandomi già per caso in zona Duomo per via dei miei illeciti traffici su Depop (devo farci un post, in effetti...), ho optato per la mecca degli undercinquenni, ovvero il Disney Store: dove, se non lì, puoi sperare di cavartela con i regali per un bambino? Eppure, anche lì, i livelli di difficoltà non sono mica così semplici:

- livello di difficoltà n.1: decifrare le taglie. Da Disney sono già un passo avanti, oltre la presunta lunghezza dell'infante, ti indicano direttamente sulla gruccetta la corrispondenza in mesi, a partire dal newborn (delle cosette piccine picciò che ciao) fino a boh, i dodici anni credo, evitandoti l'imbarazzo di girare col metro Ikea in tasca per prendere le misure ai figli delle tue amiche. Solo che io, dopo aver collezionato decine di mamme che, riferendosi al proprio pargolo, declamano: "Questo piccolino è nato l'altro ieri epperò gli devo già mettere le tutine dei sei mesi" non mi fido. Inoltre le taglie vengono espresse in multipli di tre: 0-3 mesi oppure 3-6? Aiuto, ma la via di mezzo? Come crescono sti bambini, alla SuperMario quando mangia i funghetti? Il logaritmo diventa più complicato in quanto si ha a che fare con creature che si allungano alla velocità della luce, perciò c'è sempre il dubbio: glielo prendo giusto giusto che se lo mette adesso, oppure sto abbondante sui 3-6 mesi che mi levo dall'impiccio? E se sto abbondante, fammi calcolare in che mese saremo da qui a 3-6, mica che gli compro il piumino che gli va bene ad Agosto e lo mando in infradito ad aprire i regali sotto l'albero.

- livello di difficoltà n.2 : con cosa giocano i bambini? Se c'è una cosa pacifica, è che le cose che andavano di brutto quando ero piccola io, cioè le Barbie, il Mio MiniPony e il Banco Scuola, non tirano più come una volta. Che poi mi chiedo con quale entusiasmo a me e alla Sgnappa piacesse giocare con il Banco Scuola, vista la costellazione di innumerevoli banchi che ci avrebbe aspettato distribuita uniformemente per i futuri vent'anni della nostra vita. Eppure ci giocavamo di brutto: io, in quanto Sorella Maggiore, avevo il diritto insindacabile di coprire il ruolo della maestra, schiavizzando la Sgnappa a fare finti compiti che se non finiva, lavativa, la spedivano diretta a scontare la punizione. Ora che ci penso, forse mi ci divertivo solo io.
Comunque, per il benessere di tutte le sorelle e i fratelli minori costretti a subire angherie e nonnismo, questi sono giochi che non vanno più di moda: al Disney Store ho visto set di personaggi sconosciuti in plastilina, giochi radiocomandati e peluche di principesse ciccione. Ma che è sta moda delle principesse ciccione? Ok che la Barbie era forse un pelino troppo figa, ma non siamo un po' giovani per questo bagno di crudo realismo? 

- livello di difficoltà n. 3: come evitare un regalo da perdente. Che poi in ogni caso il vero problema è: ok ma quali sono le principesse fighe e quali quelle sfigate? Per esempio, da piccola mai e poi mai avrei voluto che mi regalassero una Biancaneve (orrore! Una principessa coi capelli corti!) o quella cessa di Pocahontas che finiva sola e mesta, mentre ovviamente avrei gioiosamente gradito le fighe di Belle e di Aurora che si sparavano il ballo finale con un vestito degno del Mio Grosso Grasso Matrimonio Gipsy! Ci sono sempre i personaggi di serie B, e tendenzialmente li riconosci perché  gli scaffali a loro dedicati sono sempre i più pieni. Però sarebbe carino se il personale, adeguatamente istruito, ti desse suggerimenti pratici del tipo: "La bambina ha otto anni? Naaaaa Violetta è superata ormai, adesso va di moda Descendants che, tu non lo sapevi, me è tipo l'Once Upon A Time dei prepuberi, e guarda, questo è il personaggio figo e tal'altro lo sfigato..." e così via, guidandoti in un a scelta più consapevole.
Non potendo usufruire di questo illuminato servizio, ho dovuto fare da me e ho scelto:
per lui, una tutina di Topolino non troppo azzurra (che mi fa sempre tristezza) e senza quei piedini e manine incorporati (che mi fanno sempre camicia di forza), un po' abbondante, con le maniche lunghe e in felpa, per il prossimo Dicembre dovremmo esserci. E due bavaglini abbinati che secondo me di quelli le mamme non ne hanno mai troppi.
per lei, mi sarebbe piaciuto buttarmi su qualcosa di Inside Out che mi piace troppo, ma a parte il dubbio (e se non l'ha ancora visto? Se non le piace?), tutte le bambole di Gioia erano finite (ma dai?) e io non volevo comprare né Tristezza né Disgusto (e Rabbia mi fa un po' paura) e soprattutto, non c'erano altri giochi se non penne e gomme colorate. E astucci. Ma io dico. Alla faccia del Banco Scuola! Così alla fine mi sono buttata su quell'ancora di salvezza che è Frozen, perché Olaf piace sempre a tutti a prescindere da età, sesso e religione. Mentre facevo la fila per la cassa però mi è caduto l'occhio su certe cover per l'IPhone, e ripensandoci devo dire che per soli quindici euro e novanta, anche se è rimasto solo Rabbia...


martedì 30 giugno 2015

PAURA DEL BUIO

Quando eravamo piccole, io e mia sorella Sgnappa avevamo una paura fottuta del buio.

Madre ci faceva filare a letto alle nove, in un rigido clima militaresco che non conosceva eccezioni se non per il Capodanno, ma poi doveva lasciarci accesa l'abat-jour, oppure la luce in corridoio.
L'abat-jour era una bambola di porcellana con un ombrellino, e capirete quanto poco questo aiutasse.

E' successo che una sera mi svegliassero i singhiozzi di mia sorella impanicata, perché l'ombra della bambola la stava facendo cagare sotto.
Io, che ho sempre avuto una zavorra di orgoglio pesantissima, mica piangevo. In compenso, mi son fatta venire i tic agli occhi.
Tenevo sotto controllo la tremarella autoconvincendomi che ci fossero gesti, scongiuri e mantra in grado di salvarmi dall'improbabile attacco dei mostri: ad esempio, le coperte erano in grado di fornire uno scudo universale contro demoni e assassini perciò, pur con una temperatura esterna equatoriale, se neanche un mezzo mignolo, un limbo di pelle, ne fosse spuntato fuori, potevo dirmi salva. La testa non valeva, per quella bastava chiudere gli occhi fortissimo.

Oppure, i piedi: è risaputo che mostri e cattivi si annidino proprio là, tra le pieghe delle lenzuola, nel buio più buio del fondo del letto, pronti a divorare il primo piede gli capiti a tiro. Io mi addormentavo con le ginocchia in gola, vincendo i crampi, e difatti ho ancora tutte le dita attaccate.

Soprattutto, era importante che mi addormentassi girata con la faccia rivolta verso il muro, dando le spalle alla porta, perché era da là che sarebbero arrivati gli attacchi. Non dalla finestra, da sotto il letto o dall'armadio come in Monsters and Co., proprio dalla porta che dava sul salotto in cui mamma e papà guardavano la tv, la cui luce arrivava soffusa, e probabilmente Freud darebbe un qualche senso a tutto questo.
Quindi io mi piazzavo sul fianco sinistro, occhi chiusissimi a un millimetro dal muro, e speravo di passare indenne la notte, una notte dopo l'altra.
Finché non arrivò un lampo di ragionevolezza, un moto di maturità che tra i nove e i dieci anni mi costrinse a un discorso molto serio con me stessa: sei una bambina grande, Gianni - mi dissi. Il tuo cervello abbondantemente irrorato e ricco di scanalature lo sa che una faccia contro il muro non ti salverà dai cattivi, per il puerile motivo che di cattivi non ce n'è, in questa stanza. Pertanto orsù, comportati da adulta e impara a girarti sull'altro fianco, mostra il tuo lato più vulnerabile alla porta!

E' con orgoglio e anche qualche commozione che ricordo il cuor di leone che ci misi nell'affrontare la prova. Notte dopo notte, sfidando le più recondite paure, mi costrinsi a dormire sul fianco destro, occhi ben stretti e cuore in tumulto finchè ecco, non mi successe niente. Ero salva ed ero capace di sfidare la porta. Ero cresciuta! Avevo conquistato la meravigliosa condizione di poter dormire sui due lati! Quella notte marciai tronfia verso il letto e l'idea arrivò come un lampo: posso dormire come mi pare. Posso girarmi a destra e a sinistra come e quando voglio, sono libera! Da che parte ho voglia di dormire oggi? Mi girai con la faccia verso il muro. Madre ci diede il bacio della buonanotte e spense le luci.
Buio.
Panico.
Non vedo la porta, potrebbe entrare chiunque da lì. Cercai di resistere, facendo forza sulla mia razionalità, ma niente. Mestamente, mi girai. Avevo imparato una grande lezione su di me: chi nasce coniglio, non può morire leone. Deve solo stare attento a cercare di non sporcarsi troppo le mutande.

sabato 6 giugno 2015

E POI FU IL FISCHIETTO

C'era una volta, tanto tempo fa, una fanciulla che odiava gli sport, specialmente gli sport da maschio.
Non le piacevano gli stadi, la sola vista di un pallone la faceva sbadigliare, non capiva nulla di punteggi e classifiche e nemmeno trovava sollievo nell'ammirazione di muscoli guizzanti sotto magliette sudaticce e sintetiche. Chi di voi donzelle ha deciso che c'era del fascino negli sportivi, oltre ai polpacci depilati e a fascette per capelli di dubbio gusto? Lei odiava tutto questo.

E poi, un giorno, fu il fischietto.

Se vogliamo essere del tutto onesti e cronologicamente coerenti, in principio fu Il Pelliccia: non importa quanti discorsi ispirati si facciano da single sulla salvaguardia della propria personalità di ferro, arriva sempre il momento in cui si comincia a frequentare una persona interessante e questa ti propone l'uscita da spavento. Gli amici puntano discrete somme dando fiducia alla tua integrità morale, certi che mai mai mai e poi mai acconsentirai a sorbirti il concerto gospel del coro parrocchiale diretto dalla cara zia Caterina. E poi tu dici sì.

Per compiacere Il Pelliccia, nei primi mesi della nostra relazione io sono andata a mostre fotografiche, ho letto tutto Q di Luther Blisset e fatto finta mi fosse piaciuto, e sono andata a vedere una partita di basket.

Tutto ciò succedeva cinque anni fa, e io del basket sapevo che i giocatori erano molto alti, da qualche parte c'erano due canestri e una palla da infilarci dentro. Le uniche partite che avevo all'attivo erano quelle giocate da mio cugino a sei anni nei pulcini della polisportiva.

Sarà stato il caso, o sarà forse stato Il Pelliccia che è un maledetto volpone, la partita galeotta era Olimpia Milano vs Pallacanestro Cantù, cioè il derby dei derby. Come dire Rory vs Paris, la polizia vs l'FBI, i sandali alla schiava vs la ritenzione idrica. Se non ho reso l'idea, significa sangue sul parquet. Significa il Forum pieno che scoppia, i cori, gli striscioni, l'adrenalina a fette, una selva di maglie rosse e l'esaltante sensazione di star vivendo un momento importantissimissimo. Che se non è ora non sarà mai più. Che vincere è la cosa più importante, la più importante in assoluto che ci sia al mondo, e chissenefrega se ci sono guerre, catastrofi ambientali, le tasse da pagare, a me hanno messo in mano un fischietto. Tutti intorno a me hanno un fischietto, undicimila persone armate

Il fischietto è stato il mio anello di fidanzamento col basket. Ho fischiato Cantù con tutti i miei polmoni e lì ho imparato la prima lezione importante dalla mia rinascita sportiva: dovevo saltare. Se non salti, si tacciabile come canturino, e questo a me non sarebbe mai dovuto accadere. Non finché fossi stata dotata di fischietto almeno.

Da quella partita in poi è stato vero amore, tra me e Il Pelliccia e anche tra me e l'Olimpia. Ho imparato lezioni di vita fondamentali e utilissime, ad esempio:

- se sei grosso, devi sfruttare i tuoi chili e la tua altezza sotto canestro;
- penetrare può avere un'accezione sportiva de tutto lecita;
- la palla ha bisogno di circolare, come me quando temporeggio in rotonda;
- esistono parole fighissime che non sapevo facessero parte della lingua italiana, tipo minutaggio, che ora uso continuamente e con spocchia.

Soprattutto, ho imparato i cori, e non ho nessuna paura ad usarli. Canto in curva e urlo merdeeee come non ci fosse un domani, mentre Il Pelliccia mi guarda sconsolato, domandandosi come sia stato possibile che la sua dolce bambolina venisse rimpiazzata con un ultrà incazzato.

Continuo a non capirci un cazzo di basket, tipo io i falli di passi non li vedo mai. Mi distraggo proprio mentre fischiano il tecnico e per non sbagliare grido buuuu all'arbitro. Soprattutto, come la migliore delle supplenti occhialute elementari, premio l'impegno: sei una pippa e l'intero forum urla all'allenatore tiralo fuooooriiii? Io mi dispiaccio, e forse diventi il mio preferito per un po'. Però ti devi impegnare eh. In compenso, sono spietata con gli avversari: inspiegabilmente, pare che tutte le loro mamme pratichino una professione disdicevole. Più passa il tempo, e più si allunga la lista di città in cui non vorrei mai più metter piede, tanto che comincio a paventare un futuro di vacanze spese a fare selfie davanti al Castello Sforzesco e prendere la tintarella all'idroscalo.

Il 28 giugno dell'anno scorso l'Olimpia ha vinto lo scudetto e io non mi sentivo così emozionata dal Natale del '97, quando ho scartato la Barbie Usignolo.

Adesso ci risiamo: vincere, perdere, vincere, subire tanti canestri e poi recuperarli, i gruppi su Facebook, i tweet dedicati, la mia maglia rossa, la diretta su Rai Sport, il tifo il tifo il tifo, il crepacuore, i vola Olimpia vola e poi il tifo il tifo e il tifo. E uscirne con una nuova, inestirpabile convinzione: Sassari, ridente città in quel della Sardegna, tu con i tuoi simpatici nuraghi con me hai chiuso, perché io, quel pugno in pancia a Cerella, finché avrò vita e fiato per il mio fischetto non lo dimenticherò mai mai mai.

venerdì 17 aprile 2015

LA GIANNI E' VOLUBILE MA POI SI SENTE MEGLIO

Il Pelliccia mi ammicca sornione quando annuncio ai quattro venti di non volere mai nella vita bambini. Dice che un giorno tornerò a casa dichiarando di voler un figlio, e alle reazioni perplesse di chi mi conosce sgranerò gli occhi spergiurando di non aver mai pensato niente di diverso.

Un po' come quando mi facevano schifo gli animali e poi una sera lui è tornato a casa dal lavoro e avevamo un gatto.

Insomma, non sono una persona di cui potersi fidare. Se ad esempio vi dico che la collezione primaverile di Zara mi fa schifo, poi non è detto che non mi ritrovi per caso un lunedì mattina in Centrale e decida di dar sfogo alle mie frustrazioni.
Se poi vi dico che il Vichy ha rotto, non è mica detto che in quello stesso Zara di Stazione Centrale non decida di provare e poi comprare i pantaloni della vita, in un adorabile vichy tenerino bianco e blu.

Mi sarebbe piaciuto postarvi un selfie ma: uno, chi vi scrive al momento è in pigiama e senza nessuna voglia di schiodare il culo dal divano due, il mio specchio da selfie giace ancora abbandonato per gli effetti post trasloco. Vorrei molto avere una Anna che mi spari foto su sfondi bucolici come quella simpatica canaglia del Gianni ma non ho né quella né saprei dove reperire sfondi bucolici. Ergo, ve li descrivo e anzi no, vi posto anche la foto dal sito di Zara ma di un colore diverso perché boh, mi ci sono persa e bianchi e blu mica li ho trovati sai.

TADAAAAAAN!!

Cos'hanno di speciale questi pantaloni tanto da assurgere all'ambito ruolo di pantaloni della vita? Tutto.

Innanzi tutto, il prezzo: 29,90 € e passa la paura.
Poi: hanno la vita altina ma non troppo, dettaglio fondamentale per una fan della vita ascellare come me, che però non ha accumulato ancora abbastanza pelo sullo stomaco da sfoggiare culotte de cheval spavalda come Sandy Olsson sulla ruota panoramica.
Sono senza tasche, nessuna tasca, e con zip laterale, sul fianco, tutte informazioni che sulla carta mi terrorizzerebbero e invece ragazzi... Non ho mai mai mai avuto un culo più bello di così. Mai, manco con i Perfect Shape di Fornarina. Manco con leggings in microfibra inciucciatissimi che compro da Oysho per far la figa a correre in parco Sempione.
In più, fanno le gambe magre. Sarà merito del vichy? Non ne ho idea ma guardate la modella sopra: ecco le mie gambe sono così, e tanto basta per non voler approfondire oltre la questione.
Il tessuto è strano, un ovvio poliestere misto viscosa misto derivato del domopack, probabilmente, ma un po' goffrato, un po' rigidino, che a me non piacciono quei pantaloni mollacciosi che dopo due volte che li indossi si slabbrano da tutte le parti. Ecco no, questi fanno un po' effetto armatura, contengono, ma senza comprimere.

Last but not least, come li ho provati in camerino la mia testa era già partita verso lidi francesi lontani nel tempo e nello spazio in cui passeggiavo nei mie pantaloni con queste scarpe.


Le scarpe della penitenza. Croce e delizia dei miei duroni.

Incredibile l'effetto di onnipotenza che ne è scaturito. Sentirsi figa è la sensazione più potente dell'universo. Per i circa venti minuti di tragitto da casa al lavoro ho guardato tutti da dietro le mie lenti da Willy Wonka con ispirata alterigia, bullandomi dell'autorevolezza sprigionata dai miei pantaloni: potevo far finta di essere adulta, una di quelle che ci stanno a proprio agio davvero sui kitten heels, con una carriera e un lavoro very, e un paio di pantaloni in vichy di Zara a dimostrarlo. 

Insomma a volte stai depressa per dei mesi, e poi. Poi sbarchi da mamma Zara e ti rendi conto che cinque minuti di gioia non li si può negare proprio a nessuno, neanche a se stessi. E che dev'esserci un disegno dietro tutto ciò se al mondo capitano miracoli come avere un culo bellissimo dentro a dei pantaloni a quadretti. Un disegno imperscrutabile ma dai. Almeno c'è.

P.S. Volevo rendervi partecipi del fatto che nella mia ubriacatura di belle sensazioni ho acquistato anche questa:


A me sembra figa. Quando capirò cosa cazzo farmene ci sarà di che ridere, garantito.



giovedì 5 marzo 2015

IL PAPPAGALLO

Quando si cambia casa ci si aspetta un periodo di transizione: un periodo in cui vorresti metterti quel paio di scarpe ma non le trovi, fai il primo bucato e ti rendi conto di non aver traslocato lo stendibiancheria, cerchi interruttori su pareti lisce e armeggi con mazzi di chiavi eterogenei e sconosciuti.

Poi, lentamente, la vita torna ad avere dimensioni familiari, rimodelli le tue abitudini ai tuoi nuovi spazi, curi a suon di Oki il mal di schiena da scatoloni e, stremata ma in pace, ti raggomitoli sul tuo nuovo (o vecchio, ma dopo un trasloco tutto sembra comunque un pochino nuovo) divano, col computer in grembo, pronta a tradurre la tua avventura in un post.

E' proprio in quel momento che la verità più orribile di tutte si palesa alla tua coscienza: improvvisamente, ti rendi conto di non avere una connessione.

Non avere il wifi è un po' come non avere all'improvviso la mano destra: istintivamente, hai l'impulso di fare determinate cose, azioni che sono talmente abitudinarie e radicate che nemmeno ti rendi conto di voler fare, finché non allunghi il moncherino e realizzi che ti manca qualcosa, il pollice opponibile per prendere il bicchiere, o la connessione wifi per andare su Bloglovin.

Lo shock è stato incredibile, tanto più che inaspettato. Sì ragazzi, inaspettato. Io credevo, ero intimamente convinta, che il wifi fosse qualcosa di biodisponibile nell'aria, come l'ossigeno. Nessuno si aspetta di dover stipulare nuovi contratti per respirare ossigeno quando si cambia casa, e così io davo per scontato il wifi. E invece. 

Insomma, ci stiamo lavorando. Il Pelliccia ci sta lavorando, a dire il vero. E io non ho potuto documentarvi in diretta il triste abbandono di Via dei Matti numero Zero e la grande migrazione quattro vie più in là, al qual riguardo commento solo con la viva speranza di non dover ripetere per i prossimi venticinque anni almeno perché, ragazzi, una roba degna dell'Ironman, giuro. Ma più lunga.

Comunque. Ormai siamo ufficialmente stabiliti, anche se manca la targhetta al citofono e un paio di cosette minori, tipo le tende e il mio specchio da selfie

Il feeling è bello: adoro la mia nuova casa con i pavimenti in bolla, la rimessa per le bici, una finestra in bagno gigante, il portoncino che per aprirlo non c'è da prenderlo a spallate, due portinai amichevoli e dei misteriosi dirimpettai con la porta d'ingresso tappezzata di fiori e farfalle, che secondo me sono pet-friendly, e sto già meditando di farci presto amicizia per sganciargli la Nina quando ce ne andremo in ferie (se ci sarà concesso di andare in ferie, cosa purtroppo non esattamente scontata quest'anno).

Per l'inoppugnabile legge di Murphy, ci sono state delle perdite, messe in conto ma comunque strazianti: ho detto addio col cuore infranto al pistone del letto, che era tanto comodo e ora non si solleva più, al vaso verde che mi piaceva tanto, svariate tazzine e un ombretto glitter da zarra. Tutte cose che amavo. Rimane con noi invece, inossidabile, Il Pappagallo.

Che io non vi abbia mai raccontato del Pappagallo è una cosa veramente disdicevole.

Il Pappagallo è nato un numero inquantificabile di anni fa in uno di quei megastore di ceramiche da giardino che spuntano come funghi sul ciglio della statale. Per giorni, che poi sono diventati mesi e infine probabilmente lustri, il pappagallo è rimasto a prendere sole e pioggia in mezzo a cherubini e busti di donna mutilati, disperando: chi mai avrebbe voluto adottare un pappagallo in dimensioni naturali, incrostato con decorazioni di vetro perlescente?

Ma la vita, si sa, è come una scatola di cioccolatini, e due eventi, apparentemente del tutto scollegati, stavano per svoltare la triste vita del Pappagallo: una firma su un contratto d'affitto, e un inspiegabile gusto sadico maturato nell'animo di un insospettabile amico.

Fu così che il Pappagallo, prelevato dal megastore e impacchettato alla bell'e meglio, venne recapitato in Via dei Matti numero Zero e trovò asilo tra le braccia, perplesse ma ben disposte, nella neo-coppia pelliccica.

Dopo un attimo di smarrimento (e diversi progetti di vendetta), infatti, i Pellicci aprirono il loro cuore al nuovo arrivato e lo decretarono genio domestico, trovandogli comoda collocazione in una nicchia nel muro sopra la porta che pareva messa lì apposta.

Per i primi tempi, i Pellicci sembrarono sviluppare una certa affezione nei confronti del nuovo venuto, che mostravano con orgoglio ad ogni nuovo visitatore (giustificando la presenza di tale oggetto dal retrogusto kitsch con dovizia di particolari sulla storia dell'amico vendicativo). Poi però, come spesso succede, il tempo e l'abitudine presero il sopravvento, e i Pellicci finirono per dimenticare la presenza del pennuto spirito buono che vegliava su di loro dalla nicchia.

Per oltre tre anni Il Pappagallo, sotto il peso della polvere che via via si accumulava, fu muto testimone degli avvenimenti occorsi in Casa Pelliccia, senza mostrare segni di malcontento quando un pet in carne ed ossa venne adottato dalla famiglia, senza tradire nervosismo per il progressivo stato di abbandono in cui cominciava a versare.

Finché, in una casa pressoché demolita e quasi completamente sventrata, qualcuno all'improvviso si rinvenne: "Dobbiamo portar via il Pappagallo!" "Reggerà al trasloco?" "Speriamo di no".

E fu così che, in un borsone dell'Ikea, senza la protezione di pluriball né foglio di giornale alcuno, Il Pappagallo affrontò la traversata, in attesa di conoscere il suo nuovo destino.

Eccolo qui, temporaneamente allocato somewhere, nel limbo disperato delle cose che non si sa dove diavolo mettere, mentre fa compagnia al pistone del letto e alle istruzioni di montaggio di un portarotolo.



"Si è rotto?" "Macchè, ha la pelle dura il pennuto" "Dove lo mettiamo adesso?" "Beh, si merita un posto rispettabile, poverino. Cosa ne dici della libreria?" "No no, lui si merita di meglio. Montiamogli una mensola in cucina, tipo altarino" "Che sia visibile dall'ingresso, però" "Ovvio".

Bentornato a casa Pappagallo, avremo cura di te.





martedì 18 novembre 2014

REDIVIVA

Amici, mi sembra incredibile che il mondo sia ancora qui al suo posto e che tutto esista ancora.

Pensavo di trovare resti affumicati da catastrofe nucleare, e invece.

Invece il mondo è andato avanti in questi ultimi giorni, incurante delle mie centordici ore spese dietro a quella vetrina oscurata che voleva aprire, incurante delle mie ansie notturne, dei miei pasti saltati, dei tic all'occhio e dei piccoli drammi dei 60 metri quadri di via Montenapoleone 21.

Siamo aperti.

Mentre Milano veniva sommersa dai fiumi del fango del Seveso, D********l è uscito dal baco e sì, ci siamo. Ci siamo.

Anch'io ci sono. Più o meno. Ci sono quasi tutta. Come la sopravvissuta ad un tornado di pelli di pitone, stupita realizzo che ci sono ancora, tutta intera, con due braccia, due gambe, gli occhi, i capelli. Ci sono. Ce l'ho fatta. Ce la sto facendo.

Stamattina sono andata a correre. Ho assaporato la gioia di pulire il mio bagno, fare la mia lavatrice, stirare panni abbandonati inermi da giorni e giorni di pura assenza. Strapazzare il gatto. Scrivere sul blog.

Sono stanca di quella stanchezza che non si recupera, ma sono felice. Roba da pazzi, sono felice.

mercoledì 5 novembre 2014

LADY GAGA, UN POST BALBUZIENTE

Ieri, non so bene come, non so bene perché, mi sono trovata al concerto della fucking Lady Gaga. Lo so che c'è gente che si strappa i capelli e si ammazza per avere il biglietto un anno prima, ma io giuro, ero lì totalmente sprovveduta, oltretutto di fianco ad un perfetto sconosciuto che mi era stato presentato per telefono da un amico quattro giorni prima. 

Intanto me lo potevate dire che era permesso andare vestiti da unicorno, che ne sapevo io, ma vabbè, il succo dell'odierno post è che mi è piaciuto un botto e vorrei perciò lasciarvi qui delle considerazioni sparse, così, a ventaglio.

Premessa. Ho tutta la mia voce. In tutto il concerto avrò cantato quattro secondo netti, per la precisione dicendo:
papapapokerface papapokerface
alealejandro alealeajandro
roma roma ma-ah Gaga ullallalà
papa paparazzi

Stop.

La mia impreparazione però non inficia assolutamente il fatto che:

- Lady Gaga ha una voce bellissima. No, non quando canta, cioè anche. Ma quando parla. E' così dolce! Sono letteralmente innamorata.

- Lady Gaga è la cessa più figa che io abbia mai visto e si veste come Barbie Pornostar, ovvero il sunto dei miei sogni in età infantile e quelli in età adolescenziale. Ergo, voglio essere Lady Gaga. E comunque credo che un vestito come il suo spetterebbe almeno una volta nella vita a tutte noi, con la clausola delle luci stroboscopiche però, se no che ce ne facciamo di tutti quei diamanti.

You are bellissima 
- Per il paio d'ore del concerto ho avuto un delirio di onnipotenza in cui pensavo: se Lady Gaga con quel culo si mette il perizoma di pelle, amiche, il mondo è nostro, possiamo fare quello che vogliamo. Poi per fortuna sono mestamente risalita con le cinquecentordicimila persone sulla metro ad Assago e ho capito che no, non lo possiamo fare. Perché? Perché lei è Lady Gaga signori e io, beh io sono La Gianni.

- Questa è una cosa che mi chiedo sempre ai concerti: perché le peggio fregnacce ai concerti sono così commoventi? Perché se quello che sta sul palco dice "I love to love" oppure "I don't forget who I am, an Italian American girl" io mi struggo e mi spello le mani? Dai, quando si è portata sul palco il ragazzo gay che ha superato le sue crisi esistenziali ascoltandola, io mi sono commossa, e con commossa intendo due, ben due lacrime in uscita dall'occhio destro. E non ero nemmeno coinvolta, e quel Jacob lì aveva proprio la faccia da pirla eppure!

- Ho scoperto che non dice "drin drin drin drin my telephon" ma "ehehehehehe stop telephoning me" ed è stata una vera epifania.

E per il resto... niente. Niente tranne emorragie di colori, un circo di costumi, una vagonata di paillettes, le parrucche del mondo che vorrei, uno show incredibile, e io, che da stamattina sono appiccicata  a YouTube a dirlo a tutti, che me and you can write a bad romance (uooo-oh-oh-oh-oh).

I love you, my Lady.


martedì 21 ottobre 2014

COMMESSE, UNITEVI: IL GRIDO DI BATTAGLIA DELLA GIANNI

Oggi mi sento battagliera. Oggi è una di quelle giornate che, in potenza, mi verrebbe da bandire scioperi della fame nazionali, marciare alla testa di cortei, aizzare le folle con invettive appassionate e poi assaltare il Fosso di Helm e banchettare con gli Uruk-hai. 

Ci sono dei giorni che va così. Anzi, per la verità no, i giorni sono tutti uguali, è che ogni tanto salta fuori una qualche questione, un certo tal discorso, una frase qualunque buttata lì per caso, che ti fa montare dentro l'ira funesta. Tipo a me succede quando dicono che a Milano c'abbiamo solo la nebbia. Quando sento la pubblicità della LAV alla radio. Quando lo sveglione di turno mi fa notare che guarda! Hai un brufolo enorme! - ma dai, brutta testa di palta, se ci ho spalmato sopra otto chili di fondotinta e una mano di vernice è perché forse non mi faceva piacere che la gente notasse il mio brufolo enorme perciò ti ringrazio di averci acceso i riflettori sopra, grazie, grazie mille.

Insomma, facendola breve e tagliando corto con gli sproloqui, è successo che pochi giorni fa, una delle blogger che seguo con l'affetto che riserverei a cugine di primo grado e al barista che mi fa il cuore di cacao sul cappuccio, ha pubblicato un post. La blogger in questione è Valentina di Inspire with Grace, e ve ne avevo già parlato qui. Il post invece è questo e se vi va, leggetelo, è carino, è scritto bene e, se vi piace la moda, potreste trovarlo molto ma molto interessante.  Se non vi va di leggerlo, ve lo riassumo io in due parole, così posso andare avanti col discorso: il post gira tutto intorno all'equazione secondo cui to be a fashion blogger is the new fare la commessa. Ovvero, cestello raccoglimmondizia per tutti quelli che: non hanno voglia di studiare, non sanno fare nient'altro, vogliono un lavoro facile, *altri luoghi comuni a caso*. Insomma, zero competenze, zero preparazione, poco sbattimento e soldi facili. Con queste prerogative, una volta si andava a fare la commessa (o la parrucchiera, amiche, tiro in mezzo anche voi), adesso si fa la fashion blogger. Certo

Allora, Valentina fa la commessa. Come me e come tanti di voi, agenti, commerciali, rappresentanti, sailcazzo. Siamo tutti commessi, perciò fatevene una ragione. Punto primo.
Punto secondo: ci sono due modi per fare le cose, tutte le cose. Uno è alla cazzo. L'altro è per bene. Io faccio la commessa e lo faccio per bene. Ho deciso di farlo, dopo aver preso una laurea scientifica, per una serie di motivi che non voglio star qui ad elencare, ma che sicuramente comprendeva il fatto che a me questa professione piace. Ho detto professione, sì. Io sono una professionista, ho lavorato e lavoro con professionisti. Ho studiato, ho fatto la gavetta, mi sono fatta il culo quadro tra formazioni, workshop, trasferte, budget da raggiungere, obiettivi personali, obiettivi cumulativi, training e, non da ultima, quotidiana esperienza sul campo, a contatto con delle persone. Di età diverse, razze diverse, culture diverse, lingue diverse, con una concezione propria di desiderio, qualità, design, servizio, lusso.
Per questo, per tutto questo, mi girano i coglioni quando le persone che incontri ti chiedono "Che lavoro fai?" e alla tua risposta "La commessa" la loro reazione più coinvolta è "Ah", e conseguente repentino calo di interesse, perché se fai la commessa non sei nemmeno degno del tanto di buona creanza che spinge quantomeno a fingere di mostrare interesse per il proprio interlocutore. Mi girano i coglioni a palla quando se fai la commessa in una boutique di lusso, di certo non ti ammazzi di fatica. Oppure quando, con tanto di occhioni sgranati ti chiedono "oh, ma davvero lavori anche nel weekend/a Pasqua/a Capodanno/il giorno del battesimo di tuo figlio?". Dai.

Allora io, qui ed ora, con lo stendardo delle Commesse Unite che sventola dal balcone, voglio spiegarvi veramente cosa vuol dire fare la commessa:
vuol dire essere istruite, perché devi saper parlare con la gente, e non importa se loro sono avvocati e non sanno usare il congiuntivo, tu devi, e con eleganza devi anche fare finta di non notare il loro sefarei;
vuol dire essere formate, su diversi livelli, dai materiali, alle tecniche di lavorazione, alle caratteristiche meccaniche di certi prodotti, al know-how, alle influenze artistiche-storiche-geografiche delle collezioni, alla storia della moda;
vuol dire essere informate, sui competitors, sugli influencers, ma anche sulla situazione politica della Papuasia, ad esempio, perché una commessa lo sa che un aereo che cade in Malesia o una guerra in Medio Oriente possono avere ripercussioni devastanti sul proprio cassetto, pertanto essere una commessa
vuol dire essere in grado di pianificare, elaborare strategie di vendita, essere capaci di gestire in maniera intelligente nel tempo le proprie risorse, perché vendere può anche essere facile ma continuare a vendere, soprattutto in certe condizioni, può essere molto ma molto difficile;
vuol dire essere eclettiche, perché devi essere in grado di rapportarti (e vendere) alla principessa settenne della Birmania così come alla nonnina che dà fondo alla pensione per la laurea della nipote;
vuol dire essere multiculturali, la commessa sa quando cade la festa di Metà Autunno in Cina, quando finisce il Ramadan, sa che agli asiatici il biglietto da visita si offre con due mani e che i mediorientali trovano offensivo quando ci si congratula con loro per l'acquisto, che in Cina il bianco è il colore del lutto, un cappello verde è sinonimo di tradimento e che il nome proprio non va mai scritto con la penna rossa;
vuol dire essere competitive, perché gli obiettivi da raggiungere sono giornalieri, mensili e annuali, e vengono calcolati sul budget del negozio, sul proprio budget personale e su obiettivi qualitativi mirati;
vuol dire essere collaborative, perché gli obiettivi si raggiungono in gruppo, ma non passive perché si nuota in un mare di squali e bisogna stare a galla senza braccioli;
vuol dire saper gestire le emergenze, e per emergenze non si intende solo la cassa che smette di funzionare alle quattro del sabato pomeriggio o l'ascensore in blocco, ma anche tubi dell'acqua che esplodono tipo Niagara Falls, tentativi di furto, psicopatici in cerca di un momento di gloria, starlette incazzate, popstar di fama mondiale in abito di lattice che mandano in tilt l'intero centro città;
vuol dire parlare almeno due lingue ma tre è meglio;
vuol dire conoscere a memoria prezzi, misure, giacenze e arrivi perché il beneficio del dubbio è concesso a tutti, tranne alla commessa, perché di una commessa impreparata non si fida nessuno;
vuol dire sviluppare senso estetico, perché le persone si affidino a te come a una consigliera di moda;
vuol dire essere sempre impeccabili, dentro e fuori dalla boutique, perché rappresenti il marchio e può capitarti di incontrare una cliente al mercato di San Marco il lunedì, e se sei in tuta e scaramigliata non va bene né sei giustificabile;
vuol dire essere in grado di rinunciare ai weekend con gli amici, alle vigilie di Natale a preparare lasagne, ai ponti al mare, all'epifania, il carnevale, il 25 aprile, il primo maggio, il due di giugno, pasqua, pasquina e pasquetta a casa con la propria famiglia;
soprattutto, soprattutto, vuol dire essere sorridenti. Sempre. Sempre. Anche quando ti sei lasciata col fidanzato, anche quando il cliente è maleducato, anche quando, e alcune mie colleghe lo sanno purtroppo fin troppo bene, ti diagnosticano una brutta malattia e cominci a perdere i capelli e vieni in negozio con la parrucca. E non esiste cosa più difficile di questa, di essere sempresempresempre sorridenti.

La cosa buffa è che tutto quello che vi sto dicendo è di una banalità disarmante, perché è sotto gli occhi di tutti voi, tutti i santi giorni, al supermercato, al bar, al telefono, in lavanderia, in palestra. Siete continuamente a contatto con venditori, per la maggior parte svogliati, impreparati o semplicemente maleducati, tanto che la volta che incappate in un venditore bravo, che sa fare il suo mestiere, siete i primi ad essere felici come pasque e a sentirvi appagati.

Ora, al di là di tutta sta pappardella, sono perfettamente cosciente del fatto che di certo fare la commessa non è il lavoro più difficile del mondo. Tutti possono fare la commessa. Ma tutti possono fare il biologo, ad esempio. E lo posso dire, perché l'ho fatto. Scommetto che io, come tutte le persone mediamente intelligenti, avrei potuto fare senza grossi problemi anche la veterinaria, la fisioterapista, la contabile, la geometra, l'oculista o l'insegnante. Il punto sarebbe stato farlo bene. Ho scelto di fare la commessa. E ho scelto di farla bene.

sabato 30 agosto 2014

CIAO, SALUTI E RIASSUNTI

Ciao.

Sono sparita, lo so. Sono sparita per tutto il mese di Agosto e no, non ero in vacanza alla Hawaii.

Ero semplicemente arrabbiata. Per la verità ero nera. Ho fatto una sfuriata biblica col mio computer, di quelle che ti minaccio che guarda che sto al terzo piano, non ci metto niente a buttarti giù, capito, capitoooooo? Non ci siamo parlati per un sacco di giorni. Io ho fatto la sostenuta di brutto. Poi qualche giorno fa ho calato la maschera, perchè non ne potevo più di rispondere a email dall'Iphone e allora ho detto ok, io depongo le armi, accantono i risentimenti e ti tendo la mano. Un gesto di riappacificazione. E lui, lui funziona. Con i suoi tempi, certo, con tutti i suoi vezzi da prima donna, i suoi capricci da mocciosetto ma graziedio, funziona. Abbiamo fatto la pace. Quasi. Quasi perchè io sono rancorosa e vendicativa e soprattutto annegata nei pregiudizi, quindi domani vado a comprargli il sostituto. Nessun rimpianto, certe fratture non si rimarginano così, certi cocci non si ricompongono, e noi due non saremo mai più quelli di una volta. Mi dispiace.
E allora ho pensato di venire a farvi un salutino, intanto che posso. Perchè chissà, magari domani mi porto a casa un cucciolo di quelli iperattivi, che non sanno usare la lettiera, e io che son tonta ho bisogno di un po' di allenamento e di tanto sangue amaro per riuscire a farmi voler bene. Ergo, carpe diem.

Come state? Io sto bene. In questo mese che non ci si è visti sono successe tante cose.

Sono andata in vacanza in un posto dove non prendeva il 3G e ho rischiato l'esaurimento, ad esempio. Sono tornata a casa senza neanche una foto profilo decente perchè niente, esco sempre con una faccia che bleh.
Mi sono abbronzata, un pochino.
I miei capelli sono di paglia, ma a Milano sono ancora tutti chiusi, ritenterò con la prossima settimana.
Io e il Pelliccia abbiamo rotto in un sol colpo ombrellone, tenda e materasso gonfiabile, abbiamo tentato di entrare in siti archeologici nel giorno di chiusura, ci siamo crogiolati in acque termali, abbiamo rischiato le caviglie per raggiungere spiagge impervie, abbiamo fatto grigliate, code in autostrada, ascoltato musica di merda e, alla resa dei conti, ci siamo divertiti.

Poi, ho cambiato lavoro. Ho lasciato la vecchia via per la nuova, e quella nuova è una creatura neonata, abbozzata, pericolosa ed eccitante.
Sono felice e ho paura, avrò più responsabilità, più mansioni, più sottoposti su cui sfogare le mie fantasie in cui mi traspongo in Miranda Priestly, e anche più soldi, ma solo pochi di più.
Al secondo giorno di contratto mi sono trovata col cuscinetto ergonomico su un volo Roma - New York, più adrenalinica di una Redbull, perciò non posso che dichiararmi soddisfatta del cambiamento.
La cosa veramente grassa è che io avrei iniziato a lavorare, senonchè il posto di lavoro ancora non c'è e non ci sarà fisicamente fino alla fine del mese prossimo. Questo significa che sono quasi in ferie per un sacco di tempo. Logicamente, essendo una persona dal fragile equilibrio, sto prendendo la cosa in maniera ragionevole, con eccessi di entusiasmo alternati a episodi di dualismo -tipo mi dispero perchè non so come occupare il tempo, poi mi arrivano due email e sbuffo- , crisi d'ansia ingiustificata -oddio ora mi trovo a oziare forzatamente così perdo il ritmo e poi tra un mese sarà un disastro- e sfasamenti spazio-temporali -stamattina mi alzo e mi trucco, poi realizzo che non devo andare da nessuna parte e ritorno a letto truccata e con i capelli ravviati-.
Tutto ciò riccamente condito dalla mia amica Ansia da Prestazione. E' tornato a farsi vivo il mio incubo ricorrente, quello in cui vivo nella mia vita reale (con cambi di lavoro e tutto il resto) ma non mi sono ancora laureata, mi mancano sempre tre-quattro esami assurdi e totalmente inconciliabili con il mio percorso formativo - vedi geografia, stanotte - e io mi dispero perchè non ho tempo per studiare/non so dove recuperare gli appunti/ho libri di edizioni obsolete. Non che l'interpretazione fosse particolarmente ostica, ma giusto per farmi del male ho digitato "interpretazione sogni" su Google ed ecco cosa ne è uscito:


Domani vado a sfogare le mie crisi di insicurezza al Saturn. Se riesco a domare il nuovo arnese, ci sentiamo presto.

mercoledì 9 luglio 2014

L'ORGOGLIO CICLISTA

Del fatto che girare a Milano in bici (specie se in gonnella) abbia dell'impresa eroica ne avevamo già parlato qui. Con gli acquazzoni che stanno tirando giù gli dei di questi giorni poi te lo spiego. A tal proposito lasciatemi esprimere un sonoro disappunto per il tormentone dell'estate 2014, che per una volta non prevede culi tremebondi e brasiliani ma è invece l'esacerbata locuzione "bomba d'acqua" che fa strippare i giornalisti di La7 - ma bomba d'acqua cosachecosa, occhei, c'è il temporale, occhei, c'è Milano che galleggia, ma parlate come mangiate perdio, che bomba d'acqua è solo il gavettone che ti sparo in faccia io sulla spiaggia di Riccione.

Divagando.

Se il problema della smutandata ha trovato valide soluzioni - e ringrazio le mie lettrici fedeli Valentina e Federica per avermi segnalato questa e quest'altra soluzione - per altre cose ancora ci tocca litigare.

Sabato scorso ho iniziato la mia giornata alla grandissima quando, dopo aver sistemato le mie palle piene nel cestino, nel pedalare verso il lavoro, ho dovuto fare brutto con una Macchinara Arrogante e vieppiù dotata di permanente anni 80 che mi ha fatto drizzare i peli delle braccia superando a destra e strombazzando che neanche Luke Duke (i capelli erano effettivamente simili. Per dire).

Perchè se non bastassero le gonne e le intemperie a costellare di ostacoli il percorso del Ciclista Urbano, ancora più pericolosa e infida è la lotta che il nostro eroe ogni giorno si ritrova a combattere ad armi impari con il suo rivale di sempre, il nemico naturale, l'antico rivale: il Macchinaro Arrogante.

Il Macchinaro Arrogante è quello che considera il ciclista un semplice ingombro sterico sulla sua via verso la gloria (ovvero, il benzinaio). Nella sua visione sfocata e annebbiata dall'odio, egli non ne coglie la natura umana: la sua miopia percepisce la massa corporea che rallenta la sua corsa verso il successo e la sua mente è in grado di formulare un solo pensiero: schiacciare - il Ciclista, come fosse un moscerino. Schiacciare sul pedale, fargli mangiare la polvere e umiliarlo, e poi ridere di lui mentre si fa sempre più piccolo e sparisce all'orizzonte, impolverato e impaurito.

Il Macchinaro Arrogante è quello la cui portiera ha un'apertura alare di 90° esatti, e la mossa gli viene meglio e più repentina se è parcheggiato in doppia fila.

Il Macchinaro Arrogante è quello che elargisce diritti di precedenza a seconda della sua magnanimità e del tutto arbitrariamente, e si stupisce che il Ciclista non si sprechi in segni di riconoscimento quando, nelle giornate di particolare buonumore, decide di dargli il contentino rispettando la segnaletica orizzontale.

Il Macchinaro Arrogante è quello che odia a tal punto il Ciclista Urbano da tenerlo sotto assedio nella sua stessa casa: ostruisce qualunque passo carrabile gli venga sottomano e poi rimane a guardare dal bar di fronte, sgranocchiando pop corn, le acrobazie del piccolo Ciclista nel tentativo di scavalcargli il cofano.

Il Macchinaro Arrogante è quello che trova che sia stata una gran bella idea da parte di Pisapia aumentare i parcheggi in città, anche se ancora non si spiega per quale motivo li abbia tinti di rosso e decorati con simpatici stencil a forma di velocipede. 

Il Macchinaro Arrogante è quello che la domenica pomeriggio verso le tre si trasforma in Ciclista, si dipone in batterie da quattro sull'intera carreggiata e si stupisce e si indigna della maleducazione di tutti quei Macchinari Arroganti che gli sgommano in faccia inquinando una città che andrebbe goduta di più all'aria aperta.













domenica 22 giugno 2014

COSE CHE CI SONO PIACIUTE DI EDIMBURGO ovvero anche SORRY, COULD YOU REPEAT PLEASE?

Gli edimburghesi salutano dicendo Ah-ya e Cheers, parola che pensavo fosse prerogativa dei telefilm americani con le cheerleaders.

The tipical Scottish weather: ovvero, ho messo la protezione trenta eppure mi sono scottata. 



Il mare. Voi lo sapevate che a Edimburgo c'è il mare? Io no. O meglio, non mi ero mai posta la questione, sicura com'ero dell'equazione Scozia = montagne, montoni, laghi, mostri, combattenti in kilt che fanno lo scalpo al nemico a mani nude, cose così. 



La verzura. Tipo che hai ancora un piede in parlamento e con l'altro sei già praticamente nelle Highlands, e il verde è un colore così brillante, ma così brillante che sembra l'abbiano dipinto con l'acquarello.


I tramonti. L'incredibile romanticheria dei tramonti a Calton Hill, dove ci sei tu, il cielo, la terra, e una linea sottile sottile che li divide. Ci si arrampica sulle colonne del National Monument incompiuto per vedere il sole che cala, ma SOLO SE si è un po' brillantoni, SE NO ci si fa issare tipo balena da ammarare dal Pelliccia E da un rubicondo crucco pelato CHE ha una fidanzata nerboruta davanti al cui sguardo di commiserazione ti giustifichi dicendo che AIM NOT VERI ATLETIC.


I cimiteri. Vuoi andare in Scozia e non trovare almeno un cimitero in stato d'abbandono? C'è qualcosa di più romantico di un cimitero abbandonato? (Sì, i tramonti a Calton Hill. Ma se hai la fortuna di beccarti un tramonto nel cimitero sul pendio per Calton Hill, beh, #win).



La presa di coscienza che la propria conoscienza dell'inglese con cui si campa onorevolmente il resto dell'anno è assolutamente insufficiente ad interpretare il borbottio scozzese, ma anche il sollievo di constatare che con un intuito abbastanza fino si può andare da qualunque parte e ordinare merluzzo con l'uovo senza sapere cosa aspettarsi.

I negozi di libri usati per continuare la mia collezione, quando trovo il coraggio di entrare e affrontare la conversazione con l'anziano esercente anglofono e canuto.


I pertugi, gli angoli, le sorprese che si aprono sul Royal Mile.


Andare a correre e domandarsi stupiti come mai si è gli unici a fare del jogging sulle scalinate e le salite con pendenza al 40% dei Princes Street Garden (avere l'illuminazione quando dopo i primi venti minuti ci si ritrova senza fiato peggio di un carlino in montagna, gettare la spugna e spanciarsi al sole).


TOPSHOP! TOPSHOP! Il regno dei balocchi! Due ore su una vertiginosa altalena tra giubilo e ansia: cosa scelgo? Cosa scelgo? Non posso prendere tutto, ma io voglio TUTTO! Mi sono innamorata senza speranza di quegli shorts in pelle, un amore così grande che anche se sono troppo corti IO ME NE FREGO. Sono così dolci, così ricamati e con una vita così alta che non ho avuto cuore di abbandonarli lì al loro destino. E poi sì, lo ammetto, poichè anch'io sono schiava della moda e senza spina dorsale, sono da pochi giorni la fortunata genitrice di due adorabili mid finger ring con tanto di brillantino. Ho lasciato coerenza ed orgoglio personale ad Edimburgo, lo so.


lunedì 16 giugno 2014

BAGAGLIO A MANO IO TI ODIO PER DAVVERO

Il Pelliccia ed io ci concediamo sempre piccole vacanze. Tante, ma piccole. E questo significa una sola cosa: ciao bagaglio da stiva, con i tuoi 20 kg imbarcabili in cui posso infilare la piastra per i capelli e il barattolo di crema di curcuma all'olio di jojoba che pesa più di me; benvenuto, simpaticissimo bagaglio a mano, che più passano gli anni e più diventi piccolo. Ma perchè sei così piccolo bagaglio a mano mio? I burloni di Esayjet (ma Ryanair è gran peggio, perciò non ci lamentiamo) adesso lasciano a te la responsabilità della scelta: puoi portare un bagaglio a mano piccolo, ma non è detto che non te lo imbarchiamo lo stesso; se invece lo porti piccolo piccolo piccolo, allora te lo facciamo portare di sicuro. Ma che cosa ci devo far stare in 50x40x20 cm di trolley, amici miei? Che sto per partire per Edimburgo e ci sono 16 gradi e piove? Ma un ombrellino me lo fai portare, Easyjet? Un paio di calzini in più, metti che mi bagno i piedi me li vuoi concedere?

Giuro che io sono una di quelle skillate nel preparare una valigia. Nel corso degli anni ho imparato che in vacanza si può stare con i capelli a cazzo, che un mascara e una cipria sono più che sufficienti e che posso lasciare shampoo e bagnoschiuma a casa e usare quelli al sentor di fragola che trovi negli hotel. Giuro. Però. Però cazzo. 

Prima cosa: io non ho percezione del clima. Anzi, io resetto. Oggi a Milano ci sono tipo ottantadue gradi. A Edimburgo 16. C'è stata un'epoca in cui anche qui in Italia avevamo 16 gradi, io lo ricordo. Cosa ci mettevamo? Calzini di pile e maglioni con le renne? Giacche di pelle e bikers? I jeans li avevamo? Ci vestivamo a cipolla, che madonnamia questo mito della cipolla sfatiamolo, per favore. Quando sei in ferie l'abbigliamento a cipolla è la più grande fuckin' cazzata dell'epoca: a mezzogiorno ti ritrovi con giaccafelpacamicia legate in vita e hai finito di divertirti per il resto della giornata, troppo impegnato a portarti dietro la zavorra. Quindi no more cipolla in my suitcase, io voglio vestirmi giusta. Piuttosto patire un po' (un po' ho detto!) di freschetto ma giammai il caldo con gli stivali ai piedi. Giammai!
Quindi che faccio? Jeans e tagliamo la testa al toro? Troppo pesanti e allora meglio pantaloni di cotone (che non ho, tra parentesi?)? E se poi si sciupano in valigia io non me li voglio mettere. Le cose sciupate nonono, neanche se sono in Scozia che oddio, la voglio vedere quella vestita meglio. Una gonna ce la vogliamo portare? Lunga, così non patisco troppo il freddo? Giacche ne abbiamo? Quante? Quali? Quante gradazioni di pesantezza per i maglioncini? La manica a tre quarti è ammessa? E le scarpe? 

Ah, le scarpe.

A sto giro, visto che ormai sono una fucking pro del running, che ieri ho corso ben quarantacinque minuti di fila senza inciampare neanche una volta nelle mie stesse stringhe, E visto che nella mia guida c'è un'intera sezione dedicata ai "percorsi di jogging più belli di Edimburgo", ho deciso di portarmi dietro l'attrezzatura e non mollare neanche a Edimbarra. Ciò significa che nel mio maledetto bagaglio a mano ci devono stare anche le scarpe da runinng. Cioè, le scarpe da running, se ho reso l'idea del volume. Occupano da sole mezza valigia. L'altra metà l'ho occupata con una borsa. Perchè i maledetti di Easyjet quando dicono un bagaglio a mano intendono UN bagaglio a mano. Innumerevoli viaggi low cost più tardi, ho imparato che li freghi col marsupio.

Ah, il marsupio!

Io lo so perchè ridete. Perchè la parola marsupio ha sempre fatto rima con la parola sfigato, e subito vi viene in mente vostro padre negli anni novanta, con la polo infilata nei bermuda blu e il marsupio di pelle. Beh, ciao, rimanete nella vostra ottusa ignoranza. Il mio marsupio è uno) fighissimo e due) ubercomodo. E' di tela con un sacco di tasche. Color vinaccia. L'ho comprato a una festa di comunisti, e infatti si abbina perfettamente ad harem pants e birkenstock, se vogliamo dirla tutta. Comunque è figo e mi piace, non pesa sulla spalla, non ti rimangono i segni dell'abbronzatura e non ti possono rubare il portafoglio. E' la salvezza. Ma! C'è sempre la maledetta sera a cui pensare. Se ho messo in valigia la gonna lunga e la giacca di panno nera non è che posso sputtanarmi tutto con il marsupio, perciò una borsa piccola ci vuole. Certo che piccola per piccola, io ho finito lo spazio. Finchè la mente non mi si rischiara e ho un'epifania...: ma dentro la borsa di spazio ce n'è! Anche dentro le scarpe da running! Ci posso infilare, ad esempio, gli assorbenti, perchè che sfiga, penso che mi serviranno tipo intorno a venerdì! Evviva! Così ho recuperato spazio per... no, il libro ancora non ci sta, in effetti.

Ah, il libro!

Evoluzione, tu vai pure avanti da sola, che io poi arrivo. D'altronde, siamo nel 2014 andante, perchè mai usufruire di tools tecnologici avanzati quali, chessò, un Kindle, quando ci si può portare in viaggio 680 pagine di mattone cinese, e per la precisione questo? Ragazzi non - ci - entra, non c'è verso, ma non importa, perchè anni e anni di voli a millelire insegnano che se te lo tieni in mano con disinvoltura i controlli riesci a passarli.

Quindi ricapitolando: domani, previsti 30 gradi alla partenza, io mi presento in aereoporto con: jeans, sneaker, maglietta e felpa, giubbottino antivento con cappuccio, pashmina, marsupio e dizionario Traccani in mano. Aiuto.  Chiamate aiuto.

giovedì 29 maggio 2014

QUESTO PER DIRVI CHE STO BENE.

Nel caso qualcuno si fosse preoccupato.
E' incredibile, rompo più computer che unghie nella portiera della macchina. Ed è tutto un dire.

E' talmente tanto che manco dal blog che non so neanche più da che parte si comincia, perciò inizio aggiornandovi sulle maggiori novità dell'ultimo mese, in ordine d'importanza:

  • ho scoperto che il metodo migliore per arrivare in shape alla prova costume è farsi estirpare un paio di denti del giudizio: due settimane di brodaglie e non ho più la pancia. Vittoria!
  • ho ricominciato il corso di taglio e cucito, questa volta in versione advanced (già...) e sono partita per la tangente: datemi una macchina da cucire, presto, che sono pronta a conquistare il mondo. 
  • mi sono fatta un tatuaggio. 
  • Sono andata a Bruxelles con la mia amica, La Scoppiatissima Jo per festeggiare il suo ultimo compleanno con il due davanti e ci è piaciuta pazzamente (ci sono piaciute pazzamente le gaufres col cioccolato, soprattutto).
  • ho cominciato a fare la cosa più impensabile, e cioè alzare il culo dal divano e ANDARE A CORRERE. e sì, posso dirlo ora che ho raggiunto il traguardo dei trenta minuti seguendo il programma di Runner's World (per chi volesse, questo). Su questo punto vorrei spendere giusto due parole, perchè solo a pensarci mi commuovo: innanzitutto vorrei porgere le mie scuse più sentite a tutte le amiche del Club dei Culi Pesanti. Mi rendo conto che il mio è un tradimento coi fiocchi, e a mia discolpa posso solo dire che qua corrono tutti: le mie colleghe corrono, le mie amiche corrono, la Zitella Acida corre come se non ci fosse un domani, Andy dice di correre ma io non ci credo, secondo me ha solo una collaborazione con Nike. Perfino Sarinski si sta preparando per la We Own The Night. Mi sentivo esclusa, ecco. E molliccia, se vogliamo dirla tutta. Comunque. Ora di buona lena tre giorni a settimana punto la sveglia alle sette e, facendo un'incredibile violenza su me stessa, mi scollo di dosso le lenzuola e vado al parco a correre. Zioppera. Chi dice che correre è bello è un fottuto pazzo o un mentitore. Vorrei avere un'istantanea di me al primo allenamento perchè immagino sarebbe estremamente divertente vedere l'espressione del mio faccione paonazzo che si chiede tra sè e sè maperchèdiavololostofacendo?. Ai primi passi di corsa è stato come se il mio corpo si svegliasse di botto, ma tipo quando si cade dal letto. Ho sentito chiaramente i miei muscoli e le mie ossa urlare: "Ma che cazzo sta facendo questa!!!". Le mie ginocchia scricchiolavano. Le caviglie erano di gesso. L'interezza dei miei organi interni è uscita di sede e ha vagato slegata da qualunque vincolo all'interno del mio ventre. I capelli sono esplosi dall'elastico e si sono espansi a raggera intorno alla mia testa. Il respiro... respiro? AHAHAHA. Insomma così. Alla quarta settimana le cose vanno leggermente meglio, ma non c'è comunque proprio una fava di bello nè di divertente a correre. E' faticoso. E' noioso. E fa caldo, di già. Però una cosa bella c'è, ed è che alla fine di ogni allenamento mi stupisco. Mi stupisco perchè piano piano sto raggiungendo obiettivi sempre più impegnativi. Obiettivi che, giuro, mai mai mai mai e poi mai dal mio bozzolo di pigirzia incrostato sul divano avrei mai mai mai mai e poi mai (ho già detto mai?) pensato di raggiungere. Ah, certo, e poi c'è anche il fatto che quando torni a casa ti puoi scofanare quattro brioches alla Nutella per colazione senza avvertire il minimo senso di colpa. Figata.
  • Last but not least: ovviamente ho fatto uno shopping che non potevo permettermi. L'obiettivo era uno skinny jeans a vita molto alta (ho già cambiato idea su quelli a zampa, non li voglio più), tipo questi, che mi stavano così bene che giurerei di aver visto formarsi una crepa nello specchio di Zara. Quando l'abbigliamento ti delude non c'è che una cosa da fare: comprare scarpe. E ne ho comprate infatti, ma non le trovo sull'internet e sono troppo pigra per fare delle foto, perciò ve le faccio vedere la prossima volta. Stay tuned, La Gianni is back!
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