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mercoledì 9 settembre 2015

COSA STO FACENDO DI TANTO INTERESSANTE

Avete presente che fastidio quelle persone che si giustificano sempre del fatto di non essere riusciti a fare qualcosa con la scusa che non avevano tempo? Io le odio, perché sono del partito che se ci si tiene, il tempo lo si trova per fare qualunque cosa. Scrivere sul blog per esempio. 

Ecco, eppure sono settimane che latito e il motivo, giuro, è che non ho avuto tempo. Dato che non sto scrivendo un romanzo, né pulendo le fughe delle piastrelle, che cosa mai mi starà tenendo tanto impegnata e tanto distante dal blog? Ecco un sunto di quello che sto facendo da poche settimane a questa parte, e credetemi se vi dico che ho lo smalto sbeccato da due giorni e me ne vergogno ma ancora non ce l'ho fatta a cambiarlo:

- sto lavorando, molto ma soprattutto con soddisfazione, esperienza che non capitava più da troppo tempo ormai. Mi destreggio tra turni che spaziano dalle 8.30 del mattino alle dieci di sera, con conseguente labirintite e alterazioni nel ritmo circadiano, ma a cui mi adatto con grazia, buona volontà e stoicismo, grata al destino benevolo che mi fa alzare dal letto la mattina con entusiasmo e senza vedere la morte nera e mi fa tornare a casa la sera assaporando il gusto dolce di una stanchezza produttiva e soddisfacente. L'anno orribile che mi sono lasciata alle spalle mi ha insegnato una cosa fondamentale, e cioè quanto importante sia l'impatto che la sfera lavorativa ha sulla mia vita, il mio umore, il mio benessere. Perciò, un consiglio spassionato: non rimanete infelici, perché il lavoro non sarà tutto, ma è comunque tanto, e quando vi mangia il fegato rischia di inghiottire anche tutto il resto.

- mi sto allenando, secondo il programma di quella pazza di Kayla Itsines e la sua Bikini Body Guide. Ebbene sì, ho deciso di prepararmi alla prova costume alla fine di agosto, a riprova di un tempismo che da sempre mi appartiene. Diciamo che è un investimento per l'anno prossimo preso con grande anticipo. La BBG l'ho ovviamente scoperta su Twitter, perché le blogger del mio cuore ci stanno in larga misura provando, e da brava influenced io mi faccio tirar dentro a qualsiasi cosa. Se domani decidessero di collezionare cacche secche probabilmente mi trovereste a battere marciapiedi assolati alle due di pomeriggio. Comunque. Questa BBG è praticamente un impegno a tempo pieno: il succo è che hai un programma di allenamento di dodici settimane in cui alternare sessioni di allenamento cardio e workout per diventare figa. Detta così sembra facile, in realtà è una mazzata: io sono alla quarta settimana e mi toccano tre uscite di corsa leggera (mezz'oretta) + tre allenamenti, lunedì gambe, mercoledì addominali e braccia, venerdì total body. Il Pelliccia, che di tanto in tanto mi segue al parco, armati di tappetino e pesetti, può testimoniare che non sono una passeggiata. La vera destrezza sta tuttavia nell'organizzare le uscite di allenamento incastrandole con i turni lavorativi: Rubik, scansati. In tutto ciò, dopo quattro settimane io non ho ancora il mio belly slot, e la cosa mi fa alquanto incazzare. Forse dovrei riflettere sul fatto che scionfarsi di rotelle alla liquirizia tutte le sere dopo cena non aiuta la causa. Mi riprometto comunque di aggiornarvi quando e se arriverò viva alla fine delle dodici.

- sto leggendo libri fighi ultimamente: pensavo che la mia vita sarebbe finita con il concludersi dell'ultimo capitolo de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, soprattutto perché subito dopo sono incappata nella Guida Galattica per gli Autostoppisti e, boh, forse sono io che non capisco lo humor inglese, ma mi ha fatto cagare a volontà. Ero a un passo dal gettarmi dal dirupo del Monte Fato, e invece ho scoperto che c'è ancora una speranza là fuori: nell'ultimo mese ho letto Dio di Illusioni di donna Tartt (fighissimo) e Lo Strano Caso del Cane Ucciso a Mezzanotte di Mark Haddon (tenero), ma soprattutto sto leggendo IT. IT. Quello che la mia mamma non mi ha mai permesso di vedere  il film quando ero piccola perché avrei fatto brutti sogni e quando sono diventata più grande mi cagavo sotto. Beh, anche adesso mi cago sotto. Quando lo leggo e sono a casa da sola controllo bene che la porta sia chiusa a chiave e lascio una luce accesa in corridoio. Non si sa mai. Sono mille e trecento pagine di libro e non riesco a lasciarlo giù: me lo carico nel cestino e caracollo fino al lavoro e in pausa mangio una focaccia velocissima per avere tutto il tempo possibile per leggerlo. Sono letteralmente assuefatta. L'altro giorno riflettevo col Pelliccia di come le nostre (mie) conversazioni siano per grandissima parte influenzate dal libro che sto leggendo in quel periodo, specialmente se, come spesso succede, mi genera questo effetto di morbosa dipendenza. Io ho bisogno di condividere, e non faccio granché caso al fatto che magari il mio interlocutore quel libro non l'ha letto e che, non so, magari potrebbe aver voglia di leggerlo un giorno e io gli sto, come dire, spoilerando tutto lo spoilerabile. Comunque. L'abbiamo letta tutti la notizia che la Rowling sta lavorando al prossimo Harry Potter in uscita per il 2016, non è vero?

- sto facendo shopping. Ma che strano. Ho comprato una gonna da pin up con l'orlo sceso (che Madre ha prontamente riparato, grazie Madre) e una camicia con le spallotte anni '80 in un negozino vintage dietro al Duomo per la sproposita cifra di 20 euro totali, un paio di skinny jeans neri a vita alta e con le ginocchia di fuori che mi sento troppo la mia compagna di banco al corso di russo, ma soprattutto i miei adorati Spektre Me-tro blu e una cintura Armani vintage in satin nero con fibbia di cristalli sul mio nuovo feticcio, Depop. E a proposito di Depop

- sto vendendo. Una volta buona, invece che continuare a scialacquare e basta, ho pensato di utilizzare questa magica piattaforma, che è a metà fra Instagram e EBay, per il suo scopo più nobile, ovvero disfarmi di roba che per un motivo o per l'altro non metto più e monetizzare nel frattempo per rimpolpare il mio guardaroba di cose che adesso mi sembrano assolutamente indispensabili ma che tra un paio di mesi per un motivo o per l'altro non metterò più e forse vorrò rivendere e così via, in un circolo di becero consumismo e follia che non vedrà mai una fine. Ho iniziato oggi e ho già venduto due - due!- oggetti, sono emozionatissima! Tipo che la prima notifica di acquisto è stata un po' del genere Oddio! Ho venduto! Ma io non credevo sarebbe successo veramente, l'ho fatto solo così, per provare! E adesso che faccio? Come si spedisce sta roba? Devo chiamare il corriere? Fammi vedere a che ora chiudono le poste! Devo comprare una montagna di buste quelle con i pallini dentro, così una la uso per la spedizione e a tutte le altre schiaccio i pallini per tenere a bada tutta questa agitazioneeeee! A parte il mio isterismo, tutto bene. Se volete dare un'occhiata alle mie cianfrusaglie mi trovate come @lagianni85 ovviamente. Cercherò di essere onesta, promesso.




venerdì 13 febbraio 2015

HARRY POTTER: AIUTATEMI A CAPIRE

* ATTENZIONE ATTENZIONE *

Il contenuto di questo post potrebbe rivelarsi una noia mortale per chiunque non si proclami Potter addicted. Non solo, potrebbe risultare alla stessa categoria di persone alquanto incomprensibile.
Se non avete ancora letto Harry Potter e programmate di leggerlo in un futuro non troppo lontano, abbandonate il blog, perché trattasi di spoiler esplicito.
Se non avete letto Harry Potter e NON avete nessuna intenzione di leggerlo mai, abbandonate il blog, perché vi ritrovereste presto bombardati da parole in apparenza sconnesse, tra le quali fareste fatica a trovare un senso logico e vi annoiereste.
Se avete visto i film, ma non avete letto i libri, provateci, ma se c'è una cosa che ho capito è che i nomi sono tutti diversi (il Platano Picchiatore? Ma che davero?), perciò non prendetevela a male se non riporrò grande fiducia nelle vostre considerazioni.
Se avete letto Harry Potter e vi è piaciuto/non vi è piaciuto BENVENUTI! Questo è un post di auto aiuto che dedico a voi e a me, nella speranza che riusciate ad aiutarmi a dipanare la matassa di dubbi che mi affliggono.

Tra lacrime e sangue, ho finito il settimo libro di Harry Potter. Sangue figurato, ma lacrime vere, ve lo giuro. Cerco di raccogliere i cocci della mia triste vita, chiedendomi incessantemente cosa farò ora, quando la sera tornerò a casa e non ci sarà più nessun Hogwarts da salvare, nessun Voldemort da sconfiggere, nessun Serpeverde da odiare dalle viscere.
Nel tentativo di apporre un balsamo alla mia bruciante disperazione ho comprato i primi due libri de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. Aiuterà? Qualcuno ci è passato? 
Ma divago.
Ho letto Harry Potter e i Doni della Morte da affamata sul piatto di zuppa: a cucchiaiate, sbrodolandomi. Sono un'ingorda della lettura, mi abbuffo nell'ansia di vedere cosa arriva dopo - a volte, è deplorevole - finito il primo libro di una serie, vado su Wikipedia a sbirciare cosa succede nel secondo, non posso aspettare di arrivare in libreria - è osceno, inumano, bestiale - lo so. In stato di ebbrezza finisco, disfatta ma felice, satolla di sensazioni, eppure perdo i pezzi. La mia lettura è fisica, ci grufolo dentro, godo, ma non assaporo veramente. Perdo i dettagli. Mi scivolano e rimangono indietro, mentre io corro verso l'ultimo capitolo, come se fossi pazza, come una dissennata.

Raramente rileggo i libri, anche quelli che mi sono piaciuti. Mi sembra un po' come andare due volte da California Bakery e per due volte ordinare l'Angel Cake, con tutto il bendidido inesplorato che c'è sul menù, mannaggiaalloro. Perciò i pezzi che son persi, son persi e basta, a meno che.
A meno che non vogliate aiutarmi voi, Potter Groupies, che i libri li avete letti sicuramente con più attenzione di me e probabilmente avete le risposte. Aiutatemi a ritrovare i miei sonni sereni.

Quesito number one: Il braccio mozzo di Ron.
Devo essermi persa un pezzo bello grosso. Allora, Harry, Ron ed Hermione scappano dal Ministero dopo aver rubato il medaglione alla Umbridge. Nell'ambaradam della Smaterializzazione, Ron si spezza e lascia indietro un braccio. Hermione cura la ferita, ma non osa provare a fargli ricrescere il braccio per paura di far cazzate. Poi? Quando gli ricresce il braccio a Ron, e come? Io ho continuato a immaginarmelo per tutto il libro con un moncherino, e non era una bella scena! E poi: il braccio che è rimasto al ministero che fine fa?

Quesito number two: Lo Sectumsempra.
Come tutti abbiamo dolorosamente appreso, George perde un orecchio perché colpito dalla maledizione Sectumsempra lanciata da Piton, e non glielo si può far ricrescere perché una ferita da maledizione non è curabile. Ma un libro addietro, Harry aveva usato la stessa maledizione contro Draco Malfoy, facendolo zampillare di sangue dalla faccia e dal petto in una scena degna del peggior regista splatter. Eppure il cattivissimo Draco viene rimesso in sesto in quattro e quattr'otto dal vecchio Piton. Com'è sta faccenda? Forse Piton, che aveva ideato la maledizione, era l'unico a conoscerne anche l'antidoto? Boh.

Quesito number three: La bacchetta che vive di vita propria.
Perché, durante il primo scontro con Lord Voldemort, la bacchetta di Harry decide da sola di sfanculare quella che il Signore Oscuro si è fatto prestare da Malfoy? Io boh, non l'ho capito. In generale, non ho ben capito questa forma di intelligenza propria che hanno le bacchette per comunicare tra di loro e agire di propria sponte: la storia della bacchetta di sambuco, me la spiegate in parole semplici? Se Harry disarma Draco della sua propria bacchetta, per quale motivo diventa il possessore morale anche della bacchetta di sambuco?

Ora, questi sono i quesiti seri di cui mi prude conoscer risposta, ma mi faccio prendere la mano, e allora via anche con le domande imbecilli, magari ve le siete fatte anche voi:

- Hagrid ce l'ha ancora l'ombrello rosa?
- Perché tutti i professori di Hogwarts sono single?
- Non esiste una cura magica per la miopia?
- Perché tutti quanti chiamano Hagrid per cognome, invece che Rubeus, da buoni amici?
- Mi confermate che i Serpeverde sono tutti degli figli di puttana e non ce n'è uno che uno che rimanga a combattere per Hogwarts?
- I mangiamorte hanno lo stesso livello intellettivo dei leghisti, e anche la stessa capacità dialettica. (questa non è una domanda, è un'affermazione).
- Siete d'accordo anche voi che Voldemort, il più potente mago di tutti i tempi, inanelli una serie inaccettabile di figure di merda?
- Luna e Neville si metteranno insieme?
- Che fine ha fatto Lavanda Brown?
- Tutti gli studenti di Hogwarts arrivano a scuola in treno? Ce n'è qualcuno che abita a Hogsmeade?
- Quanto sarebbe figo se il secondogenito di Harry e Ginny, Albus Severus, finisse veramente in Serpeverde?
- A tal proposito, i genitori di Ginny non si sono offesi per la scelta dei nomi?

Ma la domandona vera e grossa, quella che riassume in pieno il mio riflesso tonto, in realtà è una sola, ovvero: ma si può sapere che cazzo vuole alla fine Voldemort? Qual è il suo obiettivo? A cosa aspira questo signore? All'immortalità? A governare il mondo? A vincere la medaglia del cattivo più cattivissimo che c'è? Ma c'è già Sauron per quello, Voldy! O vuole solo fare la voce grossa con Silente, del tipo io-sono-più-bravo-di-te-gnegnegne?

Grazie a chi mi aiuterà a risolvere questi misteriosi misteri, ponendo fine al mio tormento. Forse poi riuscirò anche a smetterla di bisbigliare Alohomora davanti alle porte della metro che si aprono, ed eviterò di finire i miei giorni al reparto psichiatria del San Mungo. Grazie del sostegno ragazzi.

sabato 24 gennaio 2015

COS'HO DA DIRE SU HARRY POTTER

Non prendevo un'influenza del genere da...da...da...dall'ultimo picnic in montagna a Gennaio, probabilmente. Al netto della mia tendenza alla tragedia, faccio cagare: sono un bozzolo di coperte dalle fantasie più disparate a stento riconoscibile tra i cuscini del divano. Sul tavolino di fianco a me ho il kit completo di sopravvivenza per influenzati moribondi ovvero: termometro, sciroppo, tachipirina, cellulare in carica costante, fazzoletti smoccolati e, non ultimo, Harry Potter.

La figata vera di questi due giorni orizzontali, oltre alle calze antiscivolo e alle tisane col miele, è stata l'overdose di Harry Potter che mi sono sparata. Ho finito stamane il quarto libro, Harry Potter e il Calice di Fuoco e ho frignato finché Il Pelliccia, buon cuore, non ha fatto un salto in libreria a comprarmi Harry Potter e l'Ordine della Fenice. Non c'è voluto molto a convincerlo, per essere sinceri: si sa che ai moribondi non si può rifiutare nulla, potrebbe sempre trattarsi dell'ultimo desiderio.

A questo punto, avendo superato più della metà della saga, posso ben dirlo: J.K. Rowling (ma come ti chiami poi? Devo googlarti...) io sono una tua grande fan. Una Potter boy. Solo, non capisco che diavolo di fine abbia fatto il mio gufo con la lettera di ammissione. Se mi hanno affidata ad un gufo con un senso dell'orientamento simile al mio, mi metto comoda e aspetto di diventar vecchia. Eppure, sono convinta che sarei stata un'ottima allieva a Hogwarts, considerate le mie notevoli abilità magiche: ad esempio, sono molto brava a far sparire calzini, so trasfigurare le marmellate in muffe e parlo il gattese, anche se con qualche incertezza.

Comunque, avendo del grasso buon tempo a disposizione, era logico che mi venisse alla mente qualche considerazione imbecille sul caso, e naturalmente ho pensato che sarebbe stata una giuoia condividerle con tutti voi.

**Premessa** Visto che il tono della conversazione si sta facendo inequivocabilmente serio (risate preregistrate) vorrei mettere in chiaro che quando leggo un romanzo fantasy non me ne frega una beata mazza che manchi di logica o che non sia credibile. Voglio solo che sia bello. Fine della premessa.

Innanzi tutto vorrei direi che Harry comincia a stare benevolmente un po' sui coglioni: gli va bene tutto a sto ragazzo, tutto! A parte il fatto che è amato dalle istituzioni, pertanto ogni boiata che fa è punita al massimo con i classici dieci punti in meno a Grifondoro (però prima lo fanno cagar sotto con l'espulsione da Hogwarts... Harry, sveglia, ma ancora che ci credi?!), ma lui è il classico esempio del famoso uomo giusto al momento giusto, sempre! Scappa di casa dopo aver gonfiato la prozia, solo, di notte, senza danari e senza magie e puff!, arriva l'autobus magico a recuperarlo. Ha bisogno di far fuori Voldemort in vesti di serpente e gli calano una spada in testa. E' nella merda con la seconda prova del Torneo Tremaghi e prontamente un fantasma esce dalle tubature a spifferargli la soluzione al dilemma dell'Uovo Dorato. Harry, scusa ma ti piace vincere facile così. In più, ha tutti i professori sempre pronti ad essere dalla sua parte e giustificarlo, compresi quelli che poi si rivelano cattivi o pazzoidi. L'unico che ci vede un po' lungo è il povero Piton, ma viene messo continuamente a tacere e bacchettato dal buon Albus Silente che, non si sa come, è sempre dietro la porta. 

Inoltre, Harry Potter è chiaramente affetto dalla famosa Sindrome di Marissa Cooper, tradotto, porta sfiga: abbiamo capito tutti che è una calamita potente per le peggio creature si possano immaginare nel mondo mago e, tendenzialmente, chi gli bazzica un po' troppo attorno muore o rimane inguaribilmente menomato. Eppure ogni anno è accolto con irrefrenabili manifestazioni di giuoia a Hogwarts. Fossi la signora Weasley, provvederei a trasferire i miei figlioli in blocco a Beauxbatons.

Non ho nulla da obiettare sugli amici di Harry che mi stanno simpa, ma qualcosa sui suoi nemici lo vorrei dire, per esempio: Lucius Malfoy, amico caro, ci hai rimbambito quattro libri di seguito con le tue paranoie sui Sanguemarcio e Nati Babbani e poi salta fuori che il Signore Oscuro aveva un padre umano? Ma ce la fai, Lucius? E tu Draco... Draco Draco io credo in te: voglio credere che tu sia un cattivo vero, non un semplice bullo, su, hai ancora tre libri per combinare qualcosa.

Ma poi, possibile che tutti quelli che stanno nella casa di Serpeverde siano così merde? Dai qualcuno  per sbaglio si salverà, no? E se no chiudetela sta casa.

Infine, vorrei spendere due parole sul Quidditch, lo sport più imbecille del mondo. Ora, non che io ci capisca troppo di sport, ma questo ha delle regole veramente babbee: non capisco perché l'intera squadra debba farsi il mazzo a segnare quei quattro punti con la Pluffa quando tanto poi lo sappiamo tutti che ci pensa Harry a vincere di centocinquanta punti una volta che afferra il boccino. Sto boccino vale troppo, io non ci sto! Fossi uno dei Cacciatori entrerei in sciopero immediato. Senza contare l'immoralità di giocare con Bolidi di ferro che vengono presi a mazzate con il chiaro intento di spaccare il naso agli avversari. Ovviamente, anche nel gioco del Quidditch, il buon Harry è imperscrutabilmente privilegiato: è chiaro che il boccino è una cosa velocissima e minuscola e pertanto difficilissima da vedere. E a chi affidano il compito di recuperarlo? A un quattrocchi miope come l'Harry, ovviamente! Ma facciamogli guidare anche un aereo, già che ci siamo! E giusto per battere il tasto dello stronzo privilegiato, il buon Harry cavalca una costosissima scopa ultimo modello che gli permette di far mangiar la polvere a tutti, regalatagli -senti senti- dal padrino, che è solo un evaso dalla prigione di massima sicurezza di Azkaban. A quanto pare, nel mondo mago non  usa confiscare i beni dei collusi con associazioni a delinquere.

Ora, mi piacerebbe andare avanti ad libitum con questo giochino divertente ma la verità è che comincio a sentirmi in colpa: sinceramente, Harry Potter ha solo delle PICCOLISSIME lacune e incongruenze nella trama e i personaggi sono un po', beh, un POCHINO stereotipati. Ma come ho provveduto saggiamente a specificare nella premessa io di base me ne infischio. Harry Potter mi sta non solo divertendo, sta anche alimentando la mia folle ingordigia di realtà parallela fantastica. Ergo, torno alle mie letture ragazzi. Se vedete un gufo smarrito, probabilmente è il mio, ditegli di seguire verso nord nord est.

lunedì 19 gennaio 2015

BRUTTI, CICCIONI E IMMAGINARI.

Sono una dall'innamoramento facile.

Generalmente i miei amori sono colpi di fulmine, durano qualche settimana e poi svaniscono. Oh dimenticavo, i protagonisti sono tendenzialmente personaggi immaginari.

Questa settimana, nel giro di pochi giorni, mi sono innamorata due volte, rispettivamente di Sirius Black e poi di un tale chiamato Nick Dunne.

Sì, sto leggendo Harry Potter. No, non l'avevo mai letto. Perché? Perché all'epoca militavo nel #teamsignoredeglianelli, e poi ci avevano fatto due palle così con sto Harry Potter e mi era passata la voglia. Nel corso degli anni avevo provato eroicamente a guardicchiare qualche film, ma certe scelte logistiche (divano, pomeriggio di Natale), avevano precluso il buon risultato. Poi quest'estate io e il Pelliccia vagavamo in quel di Porto Ercole e c'era la libreria sul porto con gli espositori esterni e mi è ritornato in mente. Ma all'epoca avevo Murakami e me lo sono ridimenticato. E poi mi è tornato in mente di nuovo, e allora ho preso il primo. E' stato amore, era scontato. Un libro per bambini che parla di maghi non poteva assolutamente lasciare indifferente me, che rimango convinta fermamente di essere capitata per un puro e mero sbaglio in una realtà di una noia così mortale, e aspiro a mondi nettamente più babbei, in cui si possano risolvere i problemi agitando una bacchetta magica e blaterando parole di derivazione latina a caso. Ma non avevo ancora trovato il personaggio del mio cuore, fino al Prigioniero di Azkaban. Sirius Black è il mio nuovo amore, un po' perché pare essere l'unico personaggio che abbia più di dodici e meno di ottantadue anni; poi perché ha la fisionomia del poète maudit, emaciato e con i capelli lunghi e incolti; e poi perché è l'innocente ingiustamente perseguitato, cosa che non può non far breccia nel mio cuore. Non ho ancora visto il film e resisto alla tentazione di googlare l'attore che l'ha interpretato, sto ancora cercando di smaltire la cocente delusione occorsa con Mikael Blomkvist. Nella mia fantasia, Sirius Black rappresenta il fenotipo dell'uomo brutto che piace, categoria di cui sono grande fan. Perché mai accontentarsi di quella pera lessa di Brad Pitt quando si può avere Adrien Brody e il suo naso, per esempio? Mi son sempre domandata cos'abbiamo di sbagliato noi ragazze: senso di insicurezza incurabile? Sindrome della crocerossina? Com'è che non ci piace mai il capitano della squadra di baseball nei telefilm americani? Nelle nostre fantasie ci sono tizi che non conoscono il rasoio, hanno i nodi nei capelli e possibilmente la faccia e la maglietta di chi si è appena svegliato dal sonno. Nel mio caso ho paura sia una questione di scarsa autostima che mi fa avere sogni mediocri. Per lo stesso principio desidero cappotti di Zara e non quelli di Celine. Sono di quelle che si arrendono. 

E poi c'è Nick, che ho conosciuto ieri. Io e il Pelliccia siamo andati a vedere Gone Girl. Mi piacerebbe fare una piccola digressione sul film ma ho paura di spoilerare troppo, perciò mi limito a lanciare nell'etere domande senza risposta: l'avete capito come fa ad essere incinta lei? Come ha fatto nel giro di venti giorni prima a prendere e poi a perdere dodici chili? Chi le ha tagliato i capelli a carrè? Perché nessuno la ferma per chiederle patente e libretto? All'ospedale non potevano farle una doccia?
Ritornando a me e Il Pelliccia che entriamo in sala, il primo fotogramma è su un Ben Affleck imbolsito con maglietta della salute e pantaloni della tuta. Io, con gli occhi a palla: "Però, Pelliccia, hai visto come si è fatto fisicato il Ben?". Pelliccia: "Amore, non è fisicato, è grasso". 

Eh sì, me pare grasso.

In effetti è grasso, con le tettine cascanti. Ha il faccione. Io però mi sono innamorata, di Ben e del suo adipe. Insicurezza? Bassa autostima? Segreto desiderio di sconfanarsi col proprio uomo l'intera California Bakery? Probabile. Sono cinque anni che convivo con un uomo magro e con la conseguente ansia di diventare la sua armatura, ansia che si traduce in un ingurgitamento compulsivo di dolci seguito da colpevoli corse al parco e indagini critiche allo specchio. Non è facile.

Comunque, voi vi innamorate?

P.S. Pelliccia, spero con questo post di non aver offeso la tua sensibilità. Ricordo ancora la nostra prima litigata, quando ti innamorasti di quel topo misero della Lizbeth Salander. Non ti ho perdonato, ma ora ti capisco.

domenica 11 gennaio 2015

MARIE KONDO E IL MAGICO POTERE DEL RIORDINO


Ieri è successo l'impensabile. Entro da COS alle 10.01 del mattino, visualizzo una felpina nera con i riccioli al 50% di sconto, controllo la taglia, è una S, non sto neanche a provarla, vado spedita verso la cassa e.

Mi blocco. Come tante e tante volte ha cercato di insegnarmi a fare la mia mamma penso la fatidica frase: "Mi serve davvero?". Mi serve davvero. Quando mai è stato un problema. Ovvio che una felpa coi boccoli non serve davvero. Ovvio che il fatto che ne abbia già un'altra sempre di COS ma presa a prezzo pieno, con il frisè invece che coi riccioli, altresì identica, non dovrebbe essere una giustificazione per fermarmi. Anche se tutti dicono faccia cagare. Anzi, apposta la dovrei prendere.
Penso che solo pochi minuti prima io e il Pelliccia stavamo facendo calcoli per la casa nuova, e ci eravamo promessi di essere accorti, Cioè, io l'avevo promesso. Avevo detto: "Figurati, amore, rinuncerò a qualcosa ma ce la facciamo". Ce la facciamo. Hai voglia. Non basta.

Quello che veramente ha il potere di fermarmi è la visualizzazione mentale del mio armadio. Un armadio ordinato. Un armadio in cui i vestiti tengono le distanze di sicurezza uno dall'altro e non si tamponano. Un armadio in cui è facile trovare le cose.

Sono reduce da un lavaggio mentale importante.

Vi ricordate quando vi avevo parlato di decluttering

Che in questo periodo io non stia bene, penso l'abbiate capito. Se dovessi tradurre il mio malessere in una percezione fisica, direi che mi sento compressa. E poi boh, chi di voi ha nozioni di psicologia forse potrebbe dire che ho bisogno di riprendere il controllo. Mettere ordine nella mia vita e blablabla. Non lo so. So che d'un tratto si è palesata chiara e forte la necessità di fare spazio. Questa casa in cui mi sono sempre trovata bene come in un nido, d'un tratto si è fatta piccola e drammaticamente piena. In una casa piccola dove la roba è stipata, tutto è più difficile. Prendere un paio di scarpe è difficile. Trovare un libro un'impresa titanica.

Per distribuire colpe e meriti, tutto è nato da un link che mi postato la mia amica Hella su Facebook. Questo link parla di una tizia giapponese, tale Marie Kondo, che, a quanto pare, ha scoperto la ricetta magica per il riordino definitivo. Ovviamente compro il libro. Si chiama Il magico potere del riordino e promette qualcosa di fantastico, ovvero di insegnarti come riordinare una volta, e che sia per sempre. Perché per me questo è sempre stato il problema di riordinare: una giornataccia di fatica mentale e fisica per incastrare il domino perfetto, e poi l'obbligo morale di dover perseguire la stessa linea maniacale ogni santo giorno perché se no in tempo zero la casa torna l'allegro macello di sempre. Dalle mie parti, si chiamerebbe schiavitù, questa.

Marie Kondo è chiaramente una persona disturbata. Ha cominciato con la fissazione del riordino all'età di cinque anni. Cioè, mentre io giocavo con le barbie, questa metteva a posto. Pazza. Racconta la sua infanzia sociopatica con la serenità dell'accettazione, ripercorrendo le tappe che l'hanno portata ad elaborare il metodo definitivo. A quindici anni tornava da scuola con l'ansia di mettere a posto. Io con quella di vedere Paso Adelante. Vabbè. Fatto sta che adesso fa la "consulente domestica", qualunque cosa questo voglia dire, e tiene corsi strapagati a casalinghe disperate e a manager che vogliono imparare a riordinare i propri uffici. Massimo rispetto.

Il suo metodo prevede un trattamento shock: metto a posto tutto nel più breve tempo possibile (lei ti dà un massimo di sei mesi), l'effetto sarà così sconvolgente che non avrò bisogno di rifarlo mai più per il resto della vita. E non perché d'un tratto mi trasformo in una maniaca dell'ordine e della pulizia, ma perché le cose che trovano il loro posto nella tua casa, e ci stanno felici, ci ritorneranno in maniera naturale. E la tua casa ti può aiutare a tenere ordine, pace e armonia con tutti i suoi coinquilini, partendo da te e finendo con gli elastici per i capelli, la confezione di domopak o le mutande.

Stop. Mi rendo conto che occorre fare un passo indietro. La filosofia di Marie Kondo non si basa propriamente sulla convinzione che le cose abbiano un'anima (non è così pazza) ma più che altro sul fatto che vadano rispettate, come se l'avessero. Cominciando dalla nostra casa, le quattro mura che contengono tutte le nostre cianfrusaglie. Marie Kondo, quando entra in casa, tutte le volte che entra in casa, ci si mette in mezzo e la ringrazia. E' convinta che una casa felice sia più collaborativa. Magari ha ragione. Lo stesso fa con i suoi oggetti: quando si sveste, la sera, ringrazia i suoi vestiti per averle tenuto caldo, prima di riporli, ringrazia le scarpe per il loro duro lavoro e gli orecchini per averla fatta bella. Dice che ci mette cinque minuti. Non le credo nemmeno se mi porta le evidenze fotografiche. 
Comunque. Questo era solo per farvi capire il personaggio e il suo tipo di approccio. Il suo metodo, che ha ribattezzato metodo Konmari, gira sostanzialmente intorno a questo: animismo spiccio, insomma.

I passaggi da seguire per il metodo Konmari sono pochi e semplici. Per prima cosa, prima di iniziare è necessario chiedersi qual è lo stile di vita che idealmente desidereremmo avere nella nostra casa. Con uno sforzo immaginativo, figuratevi il tipo di casa in cui vi vedreste passare il vostro tempo con animo sereno. Se io penso alla casa dove vorrei rientrare la sera, mi viene in mente un incrocio tra una baita di montagna, con tendine ricamate a punto croce, fuoco nel camino e panche in legno, la copertina sul divano e le padelle di rame appese, e una camera d'albergo, col bagno sgombro, le tende pesanti alle finestre e pareti asettiche. Cerco di tradurre il mio inconscio interpretando l'orrore architettonico che ho in mente come il desiderio per una casa con poche cose dentro, ma allo stesso tempo calda e accogliente.

Una volta che decidete di iniziare, fuori i coglioni. E' un riordino totale. E lo so, anch'io l'ho pensato: vivo in quaranta metri quadri, non avrò mica chissà quanta roba. Sì. Ce l'avete. Perciò siate pronti, fisicamente intendo.

Si riordina per categorie e non per stanze. Sembra una cosa stupida e invece funziona perché, un'altra volta, anche se non ce ne rendiamo conto, le nostre cose sono sparse dappertutto e in maniera illogica in giro per casa. Tipo, io ho scarpe in almeno tre posti diversi. Idem i medicinali. O i libri. Raggruppate tutto quello che rientra in una categoria e cominciate da quello, così siete sicuri di non aver lasciato indietro nulla.
La Maria suggerisce di cominciare coi vestiti (che sono i più facili ma anche i più abbondanti, generalmente), continuare con libri, carte, oggetti misti e finire coi ricordi, il cui sacrificio è tendenzialmente più difficile. Vi diffida dal cominciare coi ricordi, dice che non riuscirete mai ad uscirne, perché non siete abbastanza forti, quindi occhio. Se una categoria è troppo grossa, potete dividerla in sottocategorie: io ho diviso i vestiti in pezzi sopra, pezzi sotto, capispalla, intimo&calze, scarpe, borse, costumi. E ho introdotto altre categorie: trucchi, saponi et al., asciugamani, pentolame.
Funziona così: prendi una categoria, tiri fuori tutto, ma tutto, lo sbatti per terra e poi, un oggetto alla volta, scegli se tenerlo o buttarlo secondo questo metodo di discriminazione altamente efficiente: "Mi dà gioia?" Sì-No, tenere-buttare. Non ridete, non è una cazzata.  Funziona alla grande. E' l'unico modo per scegliere cosa veramente ci piace e ci fa piacere avere intorno e a cosa invece siamo disposti a rinunciare. Tutte quelle cose che si sono salvate dai decluttering precedenti perché forse ci rientrerò l'anno prossimo, l'ho messa poco ma è un peccato, la tengo da mettere in casa, altre scuse X, via. Vanno buttate. Non le rimetterete mai e non vi piacciono. Secondo Marie, non riusciamo a liberarci di queste cose perché o siamo attaccati al passato (mi piaceva tanto e adesso non più ma ci sono affezionata) o perché abbiamo ansia per il futuro (forse mi servirà). Io rientro in pieno nella seconda categoria, e non va bene. Lo scopo è circondarci di cose che ci piacciono e ci fanno star bene adesso, per tutto il resto non c'è spazio, ciao.
La parola magica è buttare: buttare ciò che non ci piace e trovare la giusta collocazione per il resto. Non è così facile, ovviamente. Buttare le cose è permesso, ma bisogna farlo con una certa diplomazia: sono cose che ci hanno accompagnato e ci sono state probabilmente utili per un periodo, lungo o breve, della nostra vita, perciò ci è richiesto di essere per lo meno riconoscenti. Ho fatto la prima mezzora a ripetere ad alta voce cose come: "Ciao calzini, siete stati molto morbidi e caldi e vi ringrazio per aver sopportato a lungo la puzza dei miei piedi, ma purtroppo ora avete un buco sul tallone e perciò vi devo buttare. Arrivederci a presto!" Dopo il tredicesimo addio circa ho mandato a cagare la filosofia di Marie e ho cominciato a infilare stracci nel sacco nero borbottando: "Sì vabbè, grazie tante a tutti ma qui mi ci vuole fino all'estate prossima".
La morale è che ho buttato via uno scatolone più cinque sacchi di roba. A me sembra tanto, ma in coscienza mi immagino la faccia severa di Marie che mi rimprovera, perché le aspettative sono di 20 -venti- sacchi per persona. Vabbè ciao, per riempire venti sacchi avrei dovuto buttare via il frigorifero e il gatto.

Una volta che hai deciso cosa tenere, lo devi rimettere al suo posto. Non semplicemente riempire ex novo i cassetti, no. Devi trovare il posto giusto per ogni cosa. Fuori dai denti, il posto dove le tue cose possano sentirsi felici. E io spero che i miei reggiseni e le mie calze si siano felici dove stanno, perché l'unica opzione alternativa sarebbe farli penzolare dal soffitto, perciò ragazzi veniamoci incontro.
Ma non è finita! Quando riponi le tue cose al loro posto, è un po' come se andassero in vacanza: hanno lavorato per te e ora si devono riposare ed essere comode. E potete immaginare come l'ultima di una pila di magliette schiacciata e soffocata dalle altre compagne possa essere comoda. Come si fa, allora? Semplice, si sistemano le cose in verticale. E va beh, sui libri e raccoglitori non ho problemi, Marie, ma per i vestiti ho avuto bisogno di chiedere l'aiuto da casa.


Come piegare le magliette affinché possano essere felici secondo il metodo Konmari.

Di base, vale l'idea che i vestiti stanno meglio piegati che appesi. Però anche la Marie conviene che ci sono alcuni capi che bisogna per forza lasciar penzolare da quei brutti orpelli che sono gli appendini, ad esempio le giacche e i cappotti. E come si fa per quei vestiti su cui abbiamo qualche dubbio? Facciamo la prova: appendiamo i nostri capi e li osserviamo. Ci sembrano felici? Svolazzano gioiosamente oppure stanno belli tesi con un certo aplomb? Allora significa che dobbiamo lasciarli appesi. Altrimenti li pieghiamo. Facile eh.
Ora, Marie, devo proprio confessare che ho imparato a piegare i collant con i tuo metodo, ho sistemato magliette e sciarpe in verticale, ma coi maglioni di lana giuro ho desistito. E' una stronzata, dai, Marie.


             

N.B. Come forse intuirete dal cassetto delle magliette, sarebbe preferibile disporre i colori dal più scuro al più chiaro. E' le giacche andrebbero sistemate dalla più lunga alla più corta. Ottimismo, raga. Rispettare entrambe le indicazioni non è stato facile, ma vi assicuro che il mio armadio adesso ha un'aria molto molto felice, credetemi.

Qual è la morale di tutto ciò? Che ovviamente non ringrazio la casa ogni volta che ci entro, né ringrazio piumino e stivali per avermi fatto compagni durante la giornata. Ma ho una casa sgombra e soprattutto un armadio in cui ci sono solo cose che mi piacciono e che metto, dove tutto è facilmente raggiungibile e non devo lottare contro squadroni di appendini per tirare fuori la camicia che mi serve tutta stropicciata. E' una sensazione bellissima e, sembra assurdo, ma davvero la vita sembra un po' più semplice. 
Non ho buttato via neanche un libro ma un sacco di scartoffie e riviste di cui non me ne facevo nulla, e le mie mensole sono molto più vuote e facili da spolverare. 
Ho schiacciato i sensi di colpa e ho buttato regali mostruosi e bomboniere inaffrontabili.

Mi sento meglio? Non tanto. Però ho risparmiato 40 euro da COS. 
E, cosa inaudita, non me ne sto neppure pentendo.


lunedì 15 settembre 2014

LA CAMERA A GAS, E POI L'AMORE

Cosa ci hanno insegnato i pippozzi che ci sparavamo quando avevamo quindici anni? Niente di buono, ve lo dico io:

Jane Eyre. Si innamora di uno stronzo, sposato con una pazza che tiene nascosta nel castello. Per rendere le cose più facili, scoppia un incendio e lui diventa cieco. 

Cime tempestose. Un amore così grande che lei non ce la fa a sostenere la discrepanza di estrazione sociale con l'amato il quale, ferito nell'orgoglio, diventa uno stronzo abissale e gliela fa pagare in tutti i modi più uno finché lei non crepa, amandolo pazzamente nonostante la sua anima nera come il petrolio.

Via col Vento. Lei lo ama anche se lui ha la verve di un millepiedi. Lui la ama ma non può, e sfido a trovare una lettrice che una che abbia accettato la cosa con serenità d'animo. Poi arrivano, in ordine: guerra, carestia, malattie, gravidanze mortali, esclusione sociale, morti infantili, depressione e alcolismo. Lei ci mette novecento pagine ad accorgersi che ama un altro, proprio quando l'altro ha deciso che puppa.

L'amore ai tempi del colera. Si amano. Lei fa un lungo viaggio, poi torna, lo vede e dice: "Che schifo, ma cos'ero, impazzita?" Lui la aspetta per cinquant'un anni, nove mesi e quattro giorni. Lei, invece di denunciarlo per stalking, alla fine cede.

Sono sicura che nel leggere questi titoli ad ognuna di voi siano già balenati in mente almeno un altro paio di buoni esempi per rendere la lista sempre più tendente ad infinito.

Cosa voglio dirvi con tutto ciò? 
Ebbene, che l'inganno è globale. Siamo nati per soffrire. L'amore non è bello se non è litigarello. Ci andiamo ad infilare in storie che girano meno di un tornio arrugginito. Ci innamoriamo di persone che non fittano, il cerchio nel buco quadrato che cercavamo a forza di infilare nel giochino all'asilo. Usiamo registri linguistici inconciliabili, con lo stesso risultato che probabilmente otterrebbe la prozia Anita a colloquio con Sgarbi. Litighiamo, ci crogioliamo nel nostro senso di inadeguatezza e, in una parola, soffriamo. Soffriamo in nome dell'AMORE. Per portare avanti la nostra storia d'Amore. Perché è giusto soffrire per salvaguardare una cosa così bella, così felice, così appagante come l'Amore. Se hai l'Amore hai tutto. Se hai l'Amore non importa se litighi, non importa se ti incazzi, se rinunci, se rosichi. Puoi superare tutto, e lo devi fare, perché tu hai l'Amore. Ed a volte sembra sia un dettaglio se tu, in quell'Amore, semplicemente stai di merda. E non è colpa tua, è non è neanche colpa sua. Però tu dici A e lui dice B. Tu vedi bianco e lui vede nero. E sono le mille cose di una vita, la tua: tu sei di destra, lui di sinistra. Tu sei vegano, lei adora le pellicce. Mare o montagna. Milano o Cantù. Panettone o pandoro. Cinema o discoteca. Amici o vita di coppia. Figli o non figli. 

Felici o non felici.

Ebbene, ci si passa, prima o poi. Perché? Perché per qualche strana, insondabile ragione, si è convinti che l'amore sia sudore e sofferenza. E non voglio dar la colpa a Jane Eyre eh. Però porca puttana qualcuno dovrà pagare per tutto questo. Perché queste sono agonie che non si consumano nel giro di qualche mese. Eh no! Se l'amore è sofferenza, io voglio soffrire, e si va avanti gli anni. Tipo tre, nei casi fortunati. Tipo una vita, per i più stoici, oppure per quelli che non hanno né il coraggio né il buonsenso di dire a un certo punto "emmobbasta! Saremo pure innamorati, ci sarà del sentimento, ma cristo basta! Questo amore è una penitenza, è un sacrificio!". E allora, con gran spargimento di sangue, ci si lascia. Col cuore a pezzi, perché sì, l'Amore c'era, era tutto il resto che mancava, e questo tutto il resto ha preso l'Amore, l'ha dilaniato, l'ha fatto a pezzi, l'ha azzannato e poi ne ha sputato le ossa. Ha lasciato solo lo scheletro senza vita dell'Amore.

E poi succede che, con il sale sulle ferite, incontri qualcuno che dici A e lui dice A. Qualcuno con cui le cose vanno e vanno semplicemente. Perché è così che devono andare. E tu non devi fare niente, solo guardarlo che scorre e stupirti di quanto tutto sia facile, senza che tu debba fare niente, senza sforzi, fatica, sacrificio. Solo perché è naturale che vada così. E mentre tu continui a sorprenderti di come nulla ti richieda di risalire il fiume controcorrente, inanelli un giorno dopo l'altro, un mese dopo l'altro, un anno dopo l'altro e poi tutta la vita.

L'Amore è bello.
L'Amore è facile.

Io e Il Pelliccia stiamo insieme da cinque anni. Cinque. Anni. Viviamo insieme da tre. Abbiamo litigato, qualche volta. Qualche volta siamo stati nervosi, o non abbiamo avuto voglia di chiacchierare. Qualche volta. Tante, tantissime volte invece abbiamo riso, ci siamo coccolati, ci siamo consolati quando le giornate erano una merda e ci siamo pompati a mille quando invece erano belle notizie.

Io e Il Pelliccia abbiamo messo la tacca del quinto anno qualche giorno fa, e come al solito ci siamo dimenticati di festeggiare. Perché la felicità non si festeggia. La felicità è nostra di diritto. E non è difficile trovarla.

mercoledì 20 novembre 2013

TO BE A BOOKAHOLIC

The Gianni-attitude si può definire con un’unica parola: compulsiva. Ovvero, io mi creo delle dipendenze. Se una cosa mi piace, in realtà non mi piace e basta, mi ci butto a pesce. Entro nel trip. Mi ci fisso finché non ne posso più e ne esco perché mi va in odio.

Ad esempio, i miei trip attuali sono, nell’ordine:

  • Gli accessori per capelli di H&M. Costano poco e sono tanto cariiiiini, perciò io licomprolicomprolicompro, poi la mattina me li provo davanti allo specchio, sembro una cretina e li tolgo. E ne compro altri. In loop.

  • Le canzoni dance anni ’90. Il mio ipod ne è pieno, l’unico piccolo dettaglio è che l’ho perso non so dove nei meandri di questa casa, e spero che i ladri non l’abbiano trovato prima di me, così forse prima o poi potrò di nuovo godere delle perle di Prezioso e Gabry Ponte e fare le pulizie la domenica mattina berciando a squarciagola Telmi Uaa-aa-aa-aai iuuonlov!

  • Il cibo cinese. Da quando hanno aperto l’Oriental Mall in Paolo Sarpi è stata subito gnocco-dipendenza. E non importa se tutti i miei tentativi sono un completo insuccesso, io continuo a comprare roba cinese che non sono assolutamente in grado di cucinare.

Ma l’ambito in cui i miei trip hanno più modo di crescere e moltiplicarsi sono i libri. 

Premesso che io leggo un botto. Perché leggo velocemente, in realtà. Il punto è che quando trovo un autore o un genere che mi piace non lo mollo. Ho avuto una marea di trip letterari nella mia vita ed escludendo i più scontati, tipo le trilogie, quadrilogie, cinquilogie, gli autori svedesi, i vampiri e quant’altro (e no, le cinquanta sfumature di sta cippa no, se sono troppo inflazionati poi mi passa la fantasia), eccovi riassunti i miei cinque trip migliori di sempre:

Il trip fantasy. O sarebbe meglio dire il trip Tolkien. Erano gli anni del liceo, e leggere Tolkien era un po’ controverso, perché se da un lato era in odore di destra, dall’altro tutti i nerd (parole ancora sconosciuta allora) intellettualoidi di sinistra si drogavano di Signore degli Anelli. Io ho letto tutto. Tutto. In particolare durante le ore di arte (da qui la mia avversione alle pinacoteche) Mi ero fatta anche l’albero genealogico di tutto il Silmarillon: era un arazzo. Ne sono uscita quando JRR è morto. E’ stata dura, ma con i Figli di Hurin, uscito postumo, ci abbiamo messo finalmente una pietra sopra.

Il trip francese. Perché io amo i polpettoni. E per quanto i francesi siano una razza a me ostile, devo ammettere che come ci danno dentro loro con i tascabili Feltrinelli nessuno mai. Ho amato I Tre Moschettieri, tutti e tre, anzi quattro. Ho palpitato con Cosette e Jean Valjean sulle barricate. E se Madame Bovary mi è sembrato un Harmony d’altri tempi, Le relazioni pericolose mi hanno fatto strippare peggio che le avventure di Blair e Chuck in Gossip Girl. Ma soprattutto il trip francese mi ha regalato l’amore della mia vita. Perché, anticipando di millenni le mode vampiresche, io col Conte di Montecristo già sapevo che l’uomo dei sogni era pallido come un morto e triste come un pesce nella boccia.

A ruota, il trip inglese. Perché sì, amici, alla tristezza non c’è un limite. Io ci sguazzo e ci grufolo come un maiale nell’aia. E quindi sorelle Brontë come se piovesse, Mary Shelley col suo depresso marito, Bram Stroker. Ma la tristezza. Ma la morbosità. Una volta che inizi non te ne puoi staccare più. E’ la stessa patologia che ti spinge a continuare a vedere Quattro matrimoni su Real Time. Più o meno.

Il trip Ammaniti. Non so perché. Anzi sì. Perché una zia mi ha regalato Che la festa cominci a un compleanno, e a me ha fatto un sacco ridere. Vi dico solo: ciccioni appollaiati sui rami di alberi. Questa immagine dovrebbe essere sufficiente per indurvi a leggere il libro. Così ho continuato e, a parte Ti prendo e ti porto via (bleah, schifo) tutto il resto è bomba. Ho smesso dopo Io e Te perché il Niccolò si è messo a scrivere i racconti, e a me i racconti non vanno proprio giù.

E infine l’ultimo trip, il mio preferito del momento, quello ancora in corso, è il trip giapponese. Anzi, Murakami. E’ vero, lo stanno leggendo tutti ormai. Perfino il Pelliccia è riuscito a finire 1Q84, anche se ormai c’è l’impronta del libro sul comodino. E comunque, un motivo c’è ed è che Murakami è il genio. Murakami fa innamorare.
Perché nel mondo di Murakami tutto è plausibile. Scendere una scala a pioli e trovarsi in un mondo parallelo, è plausibile. Anche uscire dall’ascensore e trovarsi faccia a faccia con un uomo vestito da pecora che connette i fili del destino è plausibile. Ma soprattutto, trovare gente consenziente a fare sesso di gruppo in ogni bar di Tokio è perfettamente logico e normale.
Nel mondo di Murakami, le adolescenti sono tutte precoci e favolosamente belle.
La gente esce di casa e svanisce nel nulla.
Tutti possono prendersi aspettative dal lavoro per i motivi più assurdi e andarsene in Grecia o alle Hawaii.
I ragazzini sono tendenzialmente gerontofili.
Le orecchie hanno una potente attrattiva sessuale.
Ci sono sempre un sacco di gatti.
Si mangiano cose giapponesi vere, tipo il sukiyaki o la tenpura.
Tokio di notte è fighissima e non c’è in giro nessuno.
Le stazioni dei treni sono il fulcro di tutte le attività più interessanti.
Ma soprattutto nel mondo di Murakami le cose che contano sono lì, sono semplici, sono la luna, sono l’amore, sono le cose che hai nella testa. E se nella testa hai delle cose meravigliose e fantastiche, il mondo è meraviglioso e fantastico, e quella è la realtà. E se al mondo esiste veramente qualcuno che ha in testa delle cose così meravigliose e fantastiche, allora c’è speranza. C’è bellezza. Allora il mondo è bello davvero. Anche quando sei triste, anche quando sei felice. Anche quando sei stanco, quando torni a casa, quando piove e non hai un camino e i tuoi calzini sono bagnati. Quando non si capisce niente ma non importa neanche. Quando è tutto difficile, oppure è tutto facile e che gusto c’è. Ma soprattutto quando fa freddo. Perché nel mondo di Murakami si sta al calduccio. E’ una coperta che non voglio togliermi più.



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