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martedì 30 giugno 2015

PAURA DEL BUIO

Quando eravamo piccole, io e mia sorella Sgnappa avevamo una paura fottuta del buio.

Madre ci faceva filare a letto alle nove, in un rigido clima militaresco che non conosceva eccezioni se non per il Capodanno, ma poi doveva lasciarci accesa l'abat-jour, oppure la luce in corridoio.
L'abat-jour era una bambola di porcellana con un ombrellino, e capirete quanto poco questo aiutasse.

E' successo che una sera mi svegliassero i singhiozzi di mia sorella impanicata, perché l'ombra della bambola la stava facendo cagare sotto.
Io, che ho sempre avuto una zavorra di orgoglio pesantissima, mica piangevo. In compenso, mi son fatta venire i tic agli occhi.
Tenevo sotto controllo la tremarella autoconvincendomi che ci fossero gesti, scongiuri e mantra in grado di salvarmi dall'improbabile attacco dei mostri: ad esempio, le coperte erano in grado di fornire uno scudo universale contro demoni e assassini perciò, pur con una temperatura esterna equatoriale, se neanche un mezzo mignolo, un limbo di pelle, ne fosse spuntato fuori, potevo dirmi salva. La testa non valeva, per quella bastava chiudere gli occhi fortissimo.

Oppure, i piedi: è risaputo che mostri e cattivi si annidino proprio là, tra le pieghe delle lenzuola, nel buio più buio del fondo del letto, pronti a divorare il primo piede gli capiti a tiro. Io mi addormentavo con le ginocchia in gola, vincendo i crampi, e difatti ho ancora tutte le dita attaccate.

Soprattutto, era importante che mi addormentassi girata con la faccia rivolta verso il muro, dando le spalle alla porta, perché era da là che sarebbero arrivati gli attacchi. Non dalla finestra, da sotto il letto o dall'armadio come in Monsters and Co., proprio dalla porta che dava sul salotto in cui mamma e papà guardavano la tv, la cui luce arrivava soffusa, e probabilmente Freud darebbe un qualche senso a tutto questo.
Quindi io mi piazzavo sul fianco sinistro, occhi chiusissimi a un millimetro dal muro, e speravo di passare indenne la notte, una notte dopo l'altra.
Finché non arrivò un lampo di ragionevolezza, un moto di maturità che tra i nove e i dieci anni mi costrinse a un discorso molto serio con me stessa: sei una bambina grande, Gianni - mi dissi. Il tuo cervello abbondantemente irrorato e ricco di scanalature lo sa che una faccia contro il muro non ti salverà dai cattivi, per il puerile motivo che di cattivi non ce n'è, in questa stanza. Pertanto orsù, comportati da adulta e impara a girarti sull'altro fianco, mostra il tuo lato più vulnerabile alla porta!

E' con orgoglio e anche qualche commozione che ricordo il cuor di leone che ci misi nell'affrontare la prova. Notte dopo notte, sfidando le più recondite paure, mi costrinsi a dormire sul fianco destro, occhi ben stretti e cuore in tumulto finchè ecco, non mi successe niente. Ero salva ed ero capace di sfidare la porta. Ero cresciuta! Avevo conquistato la meravigliosa condizione di poter dormire sui due lati! Quella notte marciai tronfia verso il letto e l'idea arrivò come un lampo: posso dormire come mi pare. Posso girarmi a destra e a sinistra come e quando voglio, sono libera! Da che parte ho voglia di dormire oggi? Mi girai con la faccia verso il muro. Madre ci diede il bacio della buonanotte e spense le luci.
Buio.
Panico.
Non vedo la porta, potrebbe entrare chiunque da lì. Cercai di resistere, facendo forza sulla mia razionalità, ma niente. Mestamente, mi girai. Avevo imparato una grande lezione su di me: chi nasce coniglio, non può morire leone. Deve solo stare attento a cercare di non sporcarsi troppo le mutande.

giovedì 2 aprile 2015

HO VENTINOVE ANNI, SEI MESI E UN'APPARECCHIO

Un apparecchio sinistramente molto molto simile a quello che avevo in quarta elementare.

Solo che adesso non ho dieci anni, ne ho ventinove, sei mesi e un diabolico, orrido apparecchio che in due ore mi ha già abraso la mucosa di una guancia e che mi provoca scialorrea. Sbavo. Sbavo come un'ottuagenaria col bavaglino in casa di riposo e non so dire le esse. Ho questo ferretto che mi ostacola la lingua, me la comprime, impedisce l'articolazione alveolare della consonante che sta in così tante parole di questa nostra meravigliosa lingua che è l'italiano, parole che uso continuamente, come sì, perché sono un tipo assertivo, come sono, perché sono un tipo egocentrico e come suca, perché sono un tipo sboccato e in questo momento molto molto affranto.

I miei denti hanno bisogno di essere riassestati. Hanno bisogno di un atto di forza, perché stanno messi malaccio, e perciò ho scelto, in coscienza e nel pieno possesso delle mie facoltà mentali, di autoinfliggermi la ferraglia per otto - otto - mesi. Otto mesi di sole, di sonno, di spazzatura. Di scusa, di scuola, di squali. Di storie, di spazi e -dio mio- otto mesi di sassi, sassofoni e sessuologi, che ce n'è tanti, in otto mesi, di sessuologi, ma soprattutto di sassi, vuoi non avere a che fare con mucchi, con montagne di sassi in otto mesi?

Io sono qui, mando messaggi vocali al Pelliccia, alle mie amiche, solo per ascoltarmi, per sentire il suono di tutte queste esse e per spaventarmi, perché provo un piacere perverso a sentirmi un difetto addosso, a non riuscire ad arrotondare, scivolare la lingua sulle gengive, senza sentire i contorni dei miei denti storti e forti e ancorati e grossi.

Sono qui, parlo ad alta voce davanti alla dottoressa Kepner per abituare la mia bocca ai suoi nuovi spazi, tocco le molle, mi fanno male ma non posso resistere, sono orribili e sanno di ferro, sono lisce, aguzze, la mia bocca si muove innaturale intorno a loro.

E nel frattempo, non posso credere di averlo fatto. 

Sono euforica, sono felice, sono terrorizzata, dal dolore, dalla esse, dai miei clienti, il mio capo, la gente che conosco, la gente che non conosco. Dalle esse dalle esse dalle esse. 
Dio mio, quante parole ci sono che hanno dentro la esse.

Io non voglio che si senta. Non voglio - che - si veda.

Oppure no, forse me ne frego. Non ho ancora deciso, ma potrebbe anche essere che. Sì, potrebbe proprio anche essere che.

martedì 31 marzo 2015

CANTO DI PRIMAVERA

La Primavera è quella cosa che non sai mai quando arriva e poi quando arriva tu hai ancora gli stivali addosso.

Ci sono persone che odiano l'estate e persone che odiano l'inverno. Io, nel mio spirito di perenne malcontento, odio democraticamente tutto l'anno, ma se c'è una stagione in particolare che mi urta il sistema nervoso, è la primavera.

Povera primavera, lo capisco che sia una stagione difficile. Ma infatti io non la odio per partito preso, anzi, la amerei, da un punto di vista prettamente teorico.
Amerei il tanto cantato risveglio dei sensi e della natura, gli uccellini che svolazzano, i fiori che sbocciano, i ruscelli che ruscellettano e gli scoiattolini che aiutano Biancaneve a stendere i panni, giuro, li amerei. E' che questi stronzi non arrivano. Oppure arrivano tutti insieme, e io non sono pronta. Oppure arrivano per un po', te la fanno credere, e poi se ne vanno e ti ripiombano nel freddo porco. Insomma, la primavera è la stagione del Caos, condizione che generalmente mi trova abbastanza a mio agio, ma che se riguarda le condizioni climatiche è in grado di gettarmi in stato di profonda frustrazione, lasciandomi a vagare con la mente confusa da un'anta all'altra del mio armadio.

Se fossi io il regista delle quattro stagioni la faccenda sarebbe molto ordinata: si è fatto il 21 Marzo, perfetto, aumentiamo il sole, diminuiamo il buio, spegni quel vento tu, rubinetti chiusi e via... si va in scena! Dal 21 di Marzo, senza shock e senza traumi, vi prenderei tutti per mano e dolcemente, gradatamente, vi indurrei a spogliarvi di un pezzo al giorno, ma non troppo in fretta, quel tanto da farvi godere il trench di Zara che vede la luce quattro giorni l'anno se siamo fortunate, così, giù lungo tutta la primavera, fino a farvi lanciar via le scarpe e correre coi piedi nudi nei prati verso giugno.

E invece, regna il disordine in città: gente con il Colmar si accompagna a sgallettati in infradito di paglia e camicie floreali, al bar si rimane per ore indecisi di fronte al bancone senza sapere se ordinare cioccolata calda e cantucci oppure il ghiacciolo verde, la popolazione urbana vaga, smunta e disorientata, con la pedicure sfatta, i peli sulle braccia, i polpacci luminescenti sotto i raggi UV.
La Primavera è l'elogio alla saggia via di mezzo e, lo sappiamo perfettamente tutti, la Via di Mezzo è stata cancellata dalle cartine toponomastiche di Milano in un periodo imprecisato tra Novembre e Gennaio, mentre io ero impegnata a togliermi i calli dai piedi e non me ne sono accorta.

Passeggio per strada, sudante nei miei jeans e ballerine, e la voglia che mi viene è quella di scrollare forte per le spalle la tipa col cappotto sul marciapiede di fronte e urlarle sputacchiando in faccia perdioooooo non hai caldoooooo????
Mi monta il sospetto che la tipa mi stia occhiando sorniona, con la faccia di quella che dice: sì sì, fatti la figa tu, con quegli occhiali da sole del cazzo, che tanto poi a Pasqua piove.

Ma perché non l'ho ancora imparato che cappotti e coperte in pelle di pecora vanno portati in lavanderia a maggio, non adesso, a maggio, quando la sicurezza di esserne venuti fuori è sufficientemente avvallata da temperature sahariane costanti? Non adesso, che poi piove. Succede sempre, perché la primavera è così, un po' troia. Le piace tentarti col cambio dell'armadio e poi spararti a tradimento un mese e mezzo di freddo siberiano e grandine, salvo poi, una volta che ti sei riconciliata con gli Ugg's, hai rivenuto il paraorecchie e ti sei rassegnata ad una vita in cappotto, tac! Nel bel mezzo di un pomeriggio piovoso le nubi si squarciano, il sole splende, la temperatura vertiginosamente tocca picchi inaspettati e tu, grondante e isterica nel tuo piumino, ti aggiri in mezzo a figame in gonna e sandali e, non ci credi, abbronzato. Ma quando, quando, gliel'hanno detto a loro, quando hanno avuto modo di farsi la ceretta e mettersi lo smalto, PERCHE' IO NON NE SAPEVO NIENTE EH? EEEEHHHH?

In conclusione, la Primavera per me è la stagione delle speranze irrisolte, dei sogni fatui, delle delusioni apocalittiche e dell'attesa.

La primavera è la stagione delle cosce pallide e coperte di peluria che ti fanno inorridire: cioè io ho fatto tutto l'inverno così e nessuno mi ha detto niente? Ebbene sì, tanto sotto il pigiama di pile chissenefrega, siamo tutti più al sicuro.

La primavera è la stagione delle strane voglie. In primavera si ricomincia a fumare, non lo so perché ma è così. Sarà la montante voglia di stare all'aria aperta, che a certuni fa venire in mente di prendere la bici e andare sulla Martesana ma a noi, pigri, sociopatici, ipoconnessi, fa venire solo voglia di  bere spritz e di fumare sul balcone dopo cena.

In primavera si prendono tutte le scelte sbagliate, perché è la stagione dell'irrequietezza e bisogna fare subito tutto, subito, prima che l'estate ci ammazzi di fatica e di caldo. Quindi di solito ci si fidanza/ci si lascia/si cambia lavoro casa lenti a contatto contratti con l'Enel e medico di base, e poi ci si pente a settembre, quando tutto riacquista il ritmo rallentato della quotidianità.

La primavera è la stagione delle cose che vorrei. E io nell'ordine vorrei
un taglio di capelli, un burrocacao nuovo, non avere mai sonno per leggere fino a tardi la sera,  correre 10 km senza morire, stendere il bucato sui fili del balcone perché adesso abito in un palazzo di ringhiera e voglio attenermi ai clichè, la pancia piatta, l'uovo di pasqua con una sorpresa cretina, dormire tanto, andare in vacanza, scappare, licenziarmi, ricevere una mail, ricevere una telefonata, una spazzola nuova, un mascara che faccia le ciglia da manga per davvero che quello della L'Oreal si è rivelato un pacco, una giornata di shopping con la Sgnappa, un paio di jeans non shreddati perché non ho più quindici anni, un culo più piccolo,un culo più sodo, una limonata, un anello che ho visto, la santa pazienza, uno stomaco forte e un pomeriggio di sole in cui mettersi a leggere al parco senza che nessuno tenti di vendermi qualcosa.





giovedì 5 marzo 2015

IL PAPPAGALLO

Quando si cambia casa ci si aspetta un periodo di transizione: un periodo in cui vorresti metterti quel paio di scarpe ma non le trovi, fai il primo bucato e ti rendi conto di non aver traslocato lo stendibiancheria, cerchi interruttori su pareti lisce e armeggi con mazzi di chiavi eterogenei e sconosciuti.

Poi, lentamente, la vita torna ad avere dimensioni familiari, rimodelli le tue abitudini ai tuoi nuovi spazi, curi a suon di Oki il mal di schiena da scatoloni e, stremata ma in pace, ti raggomitoli sul tuo nuovo (o vecchio, ma dopo un trasloco tutto sembra comunque un pochino nuovo) divano, col computer in grembo, pronta a tradurre la tua avventura in un post.

E' proprio in quel momento che la verità più orribile di tutte si palesa alla tua coscienza: improvvisamente, ti rendi conto di non avere una connessione.

Non avere il wifi è un po' come non avere all'improvviso la mano destra: istintivamente, hai l'impulso di fare determinate cose, azioni che sono talmente abitudinarie e radicate che nemmeno ti rendi conto di voler fare, finché non allunghi il moncherino e realizzi che ti manca qualcosa, il pollice opponibile per prendere il bicchiere, o la connessione wifi per andare su Bloglovin.

Lo shock è stato incredibile, tanto più che inaspettato. Sì ragazzi, inaspettato. Io credevo, ero intimamente convinta, che il wifi fosse qualcosa di biodisponibile nell'aria, come l'ossigeno. Nessuno si aspetta di dover stipulare nuovi contratti per respirare ossigeno quando si cambia casa, e così io davo per scontato il wifi. E invece. 

Insomma, ci stiamo lavorando. Il Pelliccia ci sta lavorando, a dire il vero. E io non ho potuto documentarvi in diretta il triste abbandono di Via dei Matti numero Zero e la grande migrazione quattro vie più in là, al qual riguardo commento solo con la viva speranza di non dover ripetere per i prossimi venticinque anni almeno perché, ragazzi, una roba degna dell'Ironman, giuro. Ma più lunga.

Comunque. Ormai siamo ufficialmente stabiliti, anche se manca la targhetta al citofono e un paio di cosette minori, tipo le tende e il mio specchio da selfie

Il feeling è bello: adoro la mia nuova casa con i pavimenti in bolla, la rimessa per le bici, una finestra in bagno gigante, il portoncino che per aprirlo non c'è da prenderlo a spallate, due portinai amichevoli e dei misteriosi dirimpettai con la porta d'ingresso tappezzata di fiori e farfalle, che secondo me sono pet-friendly, e sto già meditando di farci presto amicizia per sganciargli la Nina quando ce ne andremo in ferie (se ci sarà concesso di andare in ferie, cosa purtroppo non esattamente scontata quest'anno).

Per l'inoppugnabile legge di Murphy, ci sono state delle perdite, messe in conto ma comunque strazianti: ho detto addio col cuore infranto al pistone del letto, che era tanto comodo e ora non si solleva più, al vaso verde che mi piaceva tanto, svariate tazzine e un ombretto glitter da zarra. Tutte cose che amavo. Rimane con noi invece, inossidabile, Il Pappagallo.

Che io non vi abbia mai raccontato del Pappagallo è una cosa veramente disdicevole.

Il Pappagallo è nato un numero inquantificabile di anni fa in uno di quei megastore di ceramiche da giardino che spuntano come funghi sul ciglio della statale. Per giorni, che poi sono diventati mesi e infine probabilmente lustri, il pappagallo è rimasto a prendere sole e pioggia in mezzo a cherubini e busti di donna mutilati, disperando: chi mai avrebbe voluto adottare un pappagallo in dimensioni naturali, incrostato con decorazioni di vetro perlescente?

Ma la vita, si sa, è come una scatola di cioccolatini, e due eventi, apparentemente del tutto scollegati, stavano per svoltare la triste vita del Pappagallo: una firma su un contratto d'affitto, e un inspiegabile gusto sadico maturato nell'animo di un insospettabile amico.

Fu così che il Pappagallo, prelevato dal megastore e impacchettato alla bell'e meglio, venne recapitato in Via dei Matti numero Zero e trovò asilo tra le braccia, perplesse ma ben disposte, nella neo-coppia pelliccica.

Dopo un attimo di smarrimento (e diversi progetti di vendetta), infatti, i Pellicci aprirono il loro cuore al nuovo arrivato e lo decretarono genio domestico, trovandogli comoda collocazione in una nicchia nel muro sopra la porta che pareva messa lì apposta.

Per i primi tempi, i Pellicci sembrarono sviluppare una certa affezione nei confronti del nuovo venuto, che mostravano con orgoglio ad ogni nuovo visitatore (giustificando la presenza di tale oggetto dal retrogusto kitsch con dovizia di particolari sulla storia dell'amico vendicativo). Poi però, come spesso succede, il tempo e l'abitudine presero il sopravvento, e i Pellicci finirono per dimenticare la presenza del pennuto spirito buono che vegliava su di loro dalla nicchia.

Per oltre tre anni Il Pappagallo, sotto il peso della polvere che via via si accumulava, fu muto testimone degli avvenimenti occorsi in Casa Pelliccia, senza mostrare segni di malcontento quando un pet in carne ed ossa venne adottato dalla famiglia, senza tradire nervosismo per il progressivo stato di abbandono in cui cominciava a versare.

Finché, in una casa pressoché demolita e quasi completamente sventrata, qualcuno all'improvviso si rinvenne: "Dobbiamo portar via il Pappagallo!" "Reggerà al trasloco?" "Speriamo di no".

E fu così che, in un borsone dell'Ikea, senza la protezione di pluriball né foglio di giornale alcuno, Il Pappagallo affrontò la traversata, in attesa di conoscere il suo nuovo destino.

Eccolo qui, temporaneamente allocato somewhere, nel limbo disperato delle cose che non si sa dove diavolo mettere, mentre fa compagnia al pistone del letto e alle istruzioni di montaggio di un portarotolo.



"Si è rotto?" "Macchè, ha la pelle dura il pennuto" "Dove lo mettiamo adesso?" "Beh, si merita un posto rispettabile, poverino. Cosa ne dici della libreria?" "No no, lui si merita di meglio. Montiamogli una mensola in cucina, tipo altarino" "Che sia visibile dall'ingresso, però" "Ovvio".

Bentornato a casa Pappagallo, avremo cura di te.





lunedì 23 febbraio 2015

ZARA, PE 2015: COS'E' STA MERDA

Negli ultimi dieci giorni ho fatto una serie di scoperte importantissime:

Numero uno, ho trovato la prima delle mie sette sosia. 



Chi mi conosce, non potrà non notare una sorprendente vicinanza nel naso proboscideo e nel sorriso cavallino. Sono io, ma potenziata - cioè, idealizzata, con i capelli lunghi che non sono mai riuscita a far crescere e i denti dritti. In ogni caso, da quando La Scoppiatissima Jo me l'ha fatta scoprire, non riesco a smettere di guardare il video di Amara, producendomi in esclamazioni di rinnovato stupore ogni volta che la inquadrano di profilo. Sto anche sviluppando una crescente attrazione verso i turbanti: ho setacciato Etsy alla ricerca di un eshop di ispirazione indiana ma zero risultati soddisfacenti, perciò ti lancio un appello, Amara: da sosia a sosia, ti prego, dimmi dove trovare i tuoi turbanti, voglio essere come te, ciao.

Rivelazione numero due, il mio selfie di Carnevale in abiti Bollywood ha riscosso il doppio del gradimento di qualsiasi mio selfie in abiti civili. La lezione che posso trarne è che forse dovrei abbandonare Zara e darmi all'induismo.

Mi sostiene in questa decisione la rivelazione numero tre, ovvero: la prossima collezione primavera-estate mi fa cagare forte.

Come le peggio fashion bloggerz della mutua, quando si fa una certa stagione, gli uccellini cominciano a cantare e le fashion week ammiccano minacciose, io faccio la sola cosa sensata per farmi trovare pronta con gli imperdibili trend di stagione: apro il sito di Zara.

Zara, paradiso delle copione spiantate, mi dà in cinque minuti la visione generale di quello che Vogue ci impiega settimane a dirmi: a febbraio noi possiamo già sapere se nel giro di un paio di mesi ci toccherà andare in giro in zoccoli o in pigiama, se dovremo sottoporci all'umiliazione della coroncina di fiori o se saremo costrette a mutilare la nostra femminilità sotto pastrani da istitutrice svizzera di fine ottocento.

E vi dirò che ogni anno mi piego di buon grado a queste dettami, felicemente parte del gregge, senza chiedermi mai fin dove si spingeranno le pulsioni sadiche dei Signori della Moda.
Nell'ultimo lustro ho accettato senza un lamento creepers, culotte pants, birkenstock, statement necklaces e perfino cappelli con le orecchie. Pensavo di aver coltivato un discreto pelo sullo stomaco, e invece. La collezione Zara Primavera Estate 2015 mi lascia - eufemisticamente - diciamo, perplessa.

Dicci, Zara, cosa dobbiamo quindi aspettarci da questa primavera?



Ciabatta scacciacazzi, preferibilmente di un numero troppo piccola e sfoggiata senza pedicure. Da abbinare alla gonna altezza francescana e alla tintarella protezione 50+.


Tuta da ciclo mestruale imponente. Rigidamente realizzata in maglina donante, da portare a pelle in giornate senza vento.


Salopette di jeans. Non ha bisogno di commenti, la faccia della modella già dice molto.


Gonna scamosciata, perché gli anni 70 pare non finiscano mai. Da portare con il top in pandant, per un total look a prova di influenza intestinale.


Stile Coachella. Ancora.


Il disagio. Per sentirci più vicini agli utenti della Caritas.


Capello unto, longuette di jeans e impermeabile di riciclo. Pare che il sandalo piccolo sia particolarmente di tendenza.

Sono seri, da Zara? Cioè, vi state divertendo? Volete vedere fino a che punto di aberrazione possiamo arrivare con la nostra incorruttibile fede? State mangiando pop corn e vi preparate a godervi lo spettacolo, scommettendo su quanto saremo coglione a comprarci sta roba e ad avere il coraggio di indossarla pure?

Zara scusami. Scusami. Per me è un no. Ho una dignità perdio. Alla tuta da gestante, ma soprattutto alle ciabattazze, io dico no. Non mi piegherò ai vostri sporchi giochetti. E quando a luglio, sopraffatta dal caldo e con i neuroni in fumo avrò la tentazione di cedere - perché ce l'avrò ragazzi, so che arriverà il momento in cui le mie mani si tenderanno bramose verso la gonna di jeans- ecco, sarà allora che rileggerò questo post e mi ricorderò, Zara. Mi ricorderò di quanto la tua collezione Primavera Estate 2015 mi abbia fatto cagare forte questa sera. E ti dirò mille volte no.

domenica 8 febbraio 2015

LA GIANNI PRECORRE I TREND E SE NE BULLA

Una non fa in tempo ad essere di cattivo umore ed ecco che le cade l'occhio sull'Istagram della Ferragni:


Osservate.

Vi ricorda qualcosa? Niente? Ma niente-niente??? Avete bisogno che vi aiuti a focalizzare forse?


Ma cos'ha ai piedi la prima tra le mie muse? Colei che ispirò la venuta al mondo di questo blog di imbecillità rara, che tutti voi allieta ormai da un anno e/rotto con mirabile solerzia e gran sfoggio di ineclissabile buon gusto? Cosa saranno mai? Ohibo! Ma sono scarponcini da pioggia di impressionante bruttezza! Esempi mefitici degli abissi di basfemia a cui può portarci una giornata di maltempo! Perdonaci Anna, perché abbiamo peccato. Sono campioni di serre da balcone! Umidificatori da terrari ai piedi! Autoclavi muffite! Schiscette di funghi marcescenti e brutti!

E dove vedeste voi, angeli caduti dalla corta memoria, per la prima volta come fosse un'apparizione, codesti prodigi dell'igrometria?

Madonna, ma in tutto vi devo aiutare?


Direttamente dal mio Istagram dell'ottobre 2013 signori, con abbondante anno e quasi quattro mesi d'anticipo, abbinavo orgogliosa a pigiama e calzettoni color block un paio di allora incompresissimi fake Dr Martens in 100% PVC, gentile omaggio della Sgnappa alla sua molto modaiola sorella maggiore.

Guardate come non mi si cagava nessuno! Ma guardate quei tre miseri like! Ma quella manciata di commenti (di cui uno mio)! Ah ma io rido signori! Rido perché adesso c'è la Chiara che mi fa da spalla! Io, la regina delle wannabe, quella che più in ritardo di Trenord in una giornata di nebbia, quella che è lì ancora a chiedersi che fine abbiano fatto i bracciali Cruciani e quando proprio se la sente si mette ancora il Paradoxal, lei, lei può dire di avercela fatta! Lei quegli scarponcini ce li aveva! La Gianni precorre le mode! Ma che dico, è ridicolmente probabile che La Gianni detti le mode! La Gianni nuova influencer! La Gianni su Vogue! La Gianni da Vogue! Buona pensione Franca, goditela!
Il mondo della moda è in subbuglio e trema: cosa dovremo aspettarci nei prossimi mesi? Babbucce a rotelle? Ombrelli da testa impunemente sfoggiati? Fuseaux con la ghetta? Cosa?





martedì 9 dicembre 2014

DECLUTTERING SELVAGGIO: HO BISOGNO DI SPAZIO

Faccio fatica da andare a correre.
Faccio fatica a leggere.
Faccio fatica a scrivere sul blog.
Faccio fatica a dormire.

L'unica cosa che continuo a fare molto bene è sbagliare. Sbaglio una quantità di volte al giorno che è incalcolabile. Non pensavo di essere in grado di sbagliare così tanto spesso. Non pensavo fosse umanamente possibile. Forse sono un essere leggendario, con capacità mitologica di sbagliare innumerevoli volte sopra la media. Forse è così. Ma va bene, perché sbagliando si impara, dicevano, e io ne ho per un'enciclopedia.

Continuo a pensare a quello che vorrei fare nel tempo libero che non ho: vorrei andare dal parrucchiere, vorrei riordinare casa, vorrei cucire un abito a macchina, vorrei finire di leggere Musashi, che ormai sta facendo la muffa sul mio comodino, vorrei fare i compiti di russo, vorrei fare colazione fuori, vorrei stare un po' con il Pelliccia, vorrei scegliere la nostra nuova casa, che a Maggio ci sbattono fuori e non si sa dove andremo.

Io non ero pronta, in realtà. Stanno cambiando tante cose e tutte insieme, e non riesco ancora a prenderci le misure. Mi manca qualcosa, un po' di ossigeno, credo.

Però faccio progetti, in compenso. Per quando avrò un po' meno ansia e un po' più di tempo. Sono una persona ottimista sotto sotto.

Ho un nuovo trip, che è il decluttering. Come da ogni cosa che è banale ma ha un nome figo, mi ci faccio intortare come niente. Il decluttering di oggi è il mettere in ordine di ieri, ma oggi fa più figo e ci sono interi blog fantastici dedicati a questo. 
Decluttering significa liberarsi dagli oggetti inutili perché + spazio = - ansia = qualità della vita migliore.
Io sono una disordinata cronicizzata. Se sono stanca di più. Se sono stanca e depressa di più all'ennesima potenza. La mia casa in questi giorni sembra lo scenario di una di quelle puntate di Real time, voi sapete a cosa mi riferisco. Ho bisogno di aria. E non è facile come pensate voi, che vi sento, siete lì a dirmi: "Sforzati, la sera metti via i vestiti, non lasciare scarpe e borse in giro, raccogli i giocattoli della Nina, stira, pulisci!". No, non è così facile. Io funziono con l'interruttore: on/off. Quando raggiungo il livello per cui bisogna farsi strada col machete in casa mia, allora vengo presa da attacchi di iperattivismo, ribalto tutto e metto in ordine. Per un paio di giorni rimane tutto perfetto e immacolato, poi ricomincia il declino. E così via.

Adesso però la situazione è leggermente più complessa: c'è da cambiar casa, io e il Pelliccia dobbiamo abbandonare via dei Matti numero Zero e cercarci un'altra grotta pelliccica. E questo vuol dire una cosa, soprattutto: trasloco. Trasloco con mobili, che è peggio. Mi guardo intorno in casa mia e vedo che in soli tre anni io e il Pelliccia abbiamo accumulato una quantità di roba inaudita in questo piccolo spazio vitale: oltre ai miei acquisti compulsivi che riempiono armadi e scarpiere e cassoni sotto il letto e appendini, abbiamo accumulato bomboniere, vasellame, vincite da pesche di beneficenza, inutili articoli di cancelleria, caramelle che non piacciono a nessuno dei due e rimangono lì con lo scorrere dei mesi, pile scariche e mai riciclate, biglietti d'auguri, auricolari rotti, assurde cover del telefono, occhiali da sole, ricevute, riviste, sacchetti. Un cumulo di stronzate. Queste cose mi tolgono l'aria, mi mettono ansia, vanno eliminate.

Devo fare decluttering, nella mia casa e nella mia vita.

Starò meglio, poi.

sabato 25 ottobre 2014

FIGLI DELLE STELLE E ALTRI ANIMALI

Sono a casa tutta sola senza Pelliccia a meditare un assassino shopping pomeridiano, e mi chiedo come sia possibile che nella mia libreria di iTunes campeggino ancora canzoni come Vai con lui di Masini.

Parliamo di musica.

Vi ricordate i tempi del liceo, quando se conoscevi qualcuno non stavi a chiedere come ti chiami-quanti anni hai-cosa vuoi fare nella vita ma solo che musica ascolti? Orcoboia, one shot, una sola possibilità di far bella figura, o sei fregato.
A me ha sempre messo ansia questa cosa del che musica ascolti. E' un po' come mi succede adesso quando si parla di politica con gli amici del Pelliccia. Tipo io che non capisco un cazzo ma faccio finta di sì e annuisco con aria intelligente mentre sotto sotto sudo e mi spremo le meningi nel tentativo di ricordare qualche nome sentito nella pubblicità di Piazza Pulita e considerazioni ascoltate durante l'ultimo pranzo in famiglia da spacciare per mie. Uguale.

Al liceo avevo una personalità scissa. Cioè, mi piaceva andare al Celebrità il sabato sera, ma a scuola avevano tutti i rasta, perciò ascoltavo i Punkreas. Ad un certo punto però, superato diciamo il terzo anno, anche i Punkreas erano troppo da sfigati dai. La gente intorno a me cominciava ad ascoltare roba sconosciuta di cui non ricordo neanche un nome. L'ansia. Io di nascosto  andavo a San Siro a vedere i concerti di Ligabue. Ma non lo dicevo a nessuno. Anche perché se cedevi e ti sbottonavi l'effetto domino poteva essere devastante: le tue amiche compagne di classe ti sputtanavano oltre i muri del liceo e all'improvviso ti trovavi a doverti giustificare con quelli fighi dello scientifico. Aggrappata agli specchi, la spacciavi come una debolezza che in realtà era una peculiarità della tua personalità complessa, la quale trovava sfogo in musica di scarso spessore dalla profondità intellettuale in cui nuotavi agilmente, un po' tipo il luminare universitario che si sposa con la soubrette perché ha bisogno di respirare leggerezza. 

Vi ho convinti, no? 
Li convincevo tutti, e infatti poi ne volevano sapere di più, interessati da questa mia poliedrica ed ispirata visione musicale. Ahah. Nuotavo nella merda ragazzi. Sparavo nomi di gruppi alla cieca, cercavo di ricordare quello che si erano dette le mie amiche a pranzo sui riff di chitarra e altri demoni. Il più delle volte facevo figura di merda. Ma se facevo centro era peggio, perché la conversazione continuava. Che palle. 

Io non l'ho mai capito questo bisogno di categorizzare le persone in base alla musica che ascoltano. Cioè, non sono mai stata un tipo molto "musicale", se si può dire. Penso che lo scopo principale della musica sia quello di riempire gli spazi vuoti lasciati da altri: tipo io stamattina, che mi sveglio da sola e devo fare le pulizie di una settimana perché la casa sembra i bagni dell'Autogrill di Fiorenzuola a mezzogiorno del quindici di Agosto, e pertanto mi sento afflitta svogliata e sola, taaaaac, metto su un po' di musica di sottofondo.
Altri utilizzi utili della musica: fartela passare in autostrada (e qui avrebbero potuto esistere gli 883 e poi nessun'altro e sarebbe stato di gran lunga sufficiente), fartela passare mentre corri, ballare, fornire basi musicali per creare cori da curva alle partite di basket... Altro? Ah sì, generare rimpianti. Tipo l'altro giorno che mi viene in mente Magica Europa dei Kronos (sì, e voi muti, va bene?) ed è subito un "nooooooo ma ti ricordi che correva l'anno 2003 e andavamo a ballare tutti i weekend e c'era questa e bevevamo il gin lemon anche se faceva cagare e scroccavamo sempre le sigarette in coppia e te le davano pure, perché all'epoca il pacchetto costava tipo tre euro e cinquanta e... nooooo che bei ricordi". 

Vabbè insomma, oggi ho deciso che proprio non ho più orgoglio e faccio coming out con le canzoni che ci sono nel mio iPod e che a volte costringo il Pelliccia ad ascoltare in macchina. Senza vergogna, tanto ormai vi dico tutto.

Allora, Masini l'ho detto. Non si capisce bene il perché ma alla fine l'immagine di una lei che si asciuga gli occhi alla sottana mi fa sempre tanto ridere e allora per me è un sì.

Poi, le Spice Girls. E dire che nel '94 non le ascoltavo però adesso mi piacciono, e soprattutto esprimono concetti aderenti ai miei tipo if you wanna be my lover you gotta get with my friends. Che dire. Girl power.

C'è Oh Diana di Celentano e Paul Anka, perché mi piace che Diana arrivi alla fine della canzone e me la immagino tutta strappona e bionda che saluta un Adriano e un Paul vecchi con il suo "Ehi, ciao ragazzi". Diana una di noi.

Ho dei classici senza tempo tipo Tanz bambolina e Tell me why perché che vita sarebbe stata la mia senza i tamarri.

Ho Neunundneunzig Luftballons perché mi allena il tedesco che non mi ricordo più.

Qualche perla d'annata tipo Figli delle stelle, Amore disperato, Vattene amore, Maledetta primavera. Insomma, tutte quelle canzoni che tutti conoscete ma vi vergognate a tenere nella playlist, ecco io celo.

Ho i Pooh, i Pooh ragazzi!

Ammetto di avere anche ben due canzoni di Zarrillo perché dai son troppo fighe da cantare e poi mi sento molto vicina alla tizia con la rosa blu sul seno perché vittima del pregiudizio, un tatuaggio non fa di me una cattiva ragazza, girl power reloaded.

Ligabue a nastro, vabbè, perché ancora non ho smesso, anche se abbiamo un po' litigato nell'ultimo periodo e non ci amiamo più così tanto ma è una lunga storia e non è facile troncare così, quindi ok Liga, rimaniamo amici.

Ho un po' di quella roba che ti salva sempre il culo, tipo De Andrè, Guccini, De Gregori e compagnia, così posso far finta che Magica Europa e le Spice siano solo una ragazzata (risate preregistrate in sottofondo).

Gente, io ve lo giuro che nel mio iPod ho una (l'unica?) canzone dei Sonhora, e non mi vergogno a dirlo, e anche (e con questa la chiudiamo qua) la colonna sonora di Mulan, amici. Siate forti.

Ovviamente non è tutto, c'è molto di più e probabilmente anche di peggio ma insomma, tanto per iniziare. Solitamente non chiedo mai reazioni ai post perché uno, chissene, e due, lo so anch'io che sto parlando da sola o quasi, ma stavolta, dai, ditemelo: quanti di voi hanno le Spice nell'iPod? Quali sono i segreti più imbarazzanti che nascondete nelle cuffiette? Non lasciatemi sola.




domenica 20 luglio 2014

DI CALDO E DI SCHIFEZZE.

Di questi tempi, se volete vedere gente vestita carina, l'unica è farsi un giro in via della Spiga verso le nove/novemmezza del mattino, perchè in tutta Milano le uniche ancora in grado di abbigliarsi con ritegno sono le venditrici delle boutique di lusso.

Per il resto, i Milanesi sembrano le vittime senza voce dell'afa. Si aggirano disorientati per la città, mostrando chiari segni di squilibrio ipertermico. Zioppera se fa caldo. Fa talmente caldo che la mattina si uscirebbe in vestaglia e ciabatte di gomma. Periodo ipotetico. Ma visto che siamo esseri senzienti, NON LO SI FA, si radunano invece forze ed energie e CI SI VESTE, al meglio delle nostre capacità di resistenza. Perchè occhei, fa caldo che ci si scioglie il trucco, fa caldo che la mattina ci si mette la crema e si rimane con le gambe rivestite di pelle d'anguilla, ma l'ipertermia non può giustificare certe nefandezze, a meno che non vi abbia dato completamente alla testa.

Perchè amici, quando scoppia il caldo, a Milano cominciano a vedersi cose che manco al largo dei bastioni di Orione il quindici d'Agosto.


L'immagine è a caso, giusto per stemperare la tensione.


Gli shorts giroculo ad esempio. Com'è che l'afa riesce a vincervi così facilmente sul senso del pudore che d'un tratto trovate perfettamente normale andarvene in giro con mezza chiappa di fuori? Mettetevi anche i rollers, già che ci siamo, e poi possiamo far finta di essere a Miami, invece che sulla Martesana in mezzo alle nutrie che nuotano.

Vorrei svelare due grosse verità ad alcune signore che passeggiano per il centro in questi giorni: il copricostume non è un vestito, e voi avete bisogno del reggiseno. Vedete il mare da qualche parte? Ci sono ombrelloni, lettini e un bagnino nelle vicinanze? I vostri figli indossano braccioli? No? Allora copritevi.

Quando il termometro supera i 30 gradi, parte l'inspiegabile voglia di vestirsi da poracce. Chissà perchè. Tipo che d'un tratto si matrializzano, dal cassone sotto il letto dov'erano giustamente relegati, borse peruviane regalateci da zie nel '97, bracciali colorati acquistati in spiaggia a Viserbella, canotte di Tezenis risalenti alla prima apertura in Vittorio Emanuele, sandali souvenir della cammellata nel deserto scelti nella tenda beduina sotto i fumi del narghilè.

E poi le cinesate. Credo che il mercato della maglina cinese in estate raggiunga picchi incredibili. Il best seller è la tuta da Ali Babà pure made in China, che abbinata con le ballerine in paillettes da mercato vi fa subito sentire Jafar alla ricerca del diamante allo stato grezzo. Perchè sì, alla fine passiamo tutto l'anno a volerci sentire delle principesse, d'estate ci tramutiamo invece nei pirla della Disney, mi sembra giusto.

E comuque tra tutti gli orrori che l'afa porta nel guardaroba delle Milanesi, se dovessi scegliere quello che veramente mi fa incazzare, ragazze, sono i jeans. I jeans. I jeans. Perchè, santissima l'afazza, se con quaranta gradi all'ombra e il centopercento di umidità percepita non riuscite a trovare una soluzione migliore che mettervi un paio di jeansjeansjeans,  che fantasia di merda avete, vi meritate la morte lenta per autocombustione.

 

mercoledì 9 luglio 2014

L'ORGOGLIO CICLISTA

Del fatto che girare a Milano in bici (specie se in gonnella) abbia dell'impresa eroica ne avevamo già parlato qui. Con gli acquazzoni che stanno tirando giù gli dei di questi giorni poi te lo spiego. A tal proposito lasciatemi esprimere un sonoro disappunto per il tormentone dell'estate 2014, che per una volta non prevede culi tremebondi e brasiliani ma è invece l'esacerbata locuzione "bomba d'acqua" che fa strippare i giornalisti di La7 - ma bomba d'acqua cosachecosa, occhei, c'è il temporale, occhei, c'è Milano che galleggia, ma parlate come mangiate perdio, che bomba d'acqua è solo il gavettone che ti sparo in faccia io sulla spiaggia di Riccione.

Divagando.

Se il problema della smutandata ha trovato valide soluzioni - e ringrazio le mie lettrici fedeli Valentina e Federica per avermi segnalato questa e quest'altra soluzione - per altre cose ancora ci tocca litigare.

Sabato scorso ho iniziato la mia giornata alla grandissima quando, dopo aver sistemato le mie palle piene nel cestino, nel pedalare verso il lavoro, ho dovuto fare brutto con una Macchinara Arrogante e vieppiù dotata di permanente anni 80 che mi ha fatto drizzare i peli delle braccia superando a destra e strombazzando che neanche Luke Duke (i capelli erano effettivamente simili. Per dire).

Perchè se non bastassero le gonne e le intemperie a costellare di ostacoli il percorso del Ciclista Urbano, ancora più pericolosa e infida è la lotta che il nostro eroe ogni giorno si ritrova a combattere ad armi impari con il suo rivale di sempre, il nemico naturale, l'antico rivale: il Macchinaro Arrogante.

Il Macchinaro Arrogante è quello che considera il ciclista un semplice ingombro sterico sulla sua via verso la gloria (ovvero, il benzinaio). Nella sua visione sfocata e annebbiata dall'odio, egli non ne coglie la natura umana: la sua miopia percepisce la massa corporea che rallenta la sua corsa verso il successo e la sua mente è in grado di formulare un solo pensiero: schiacciare - il Ciclista, come fosse un moscerino. Schiacciare sul pedale, fargli mangiare la polvere e umiliarlo, e poi ridere di lui mentre si fa sempre più piccolo e sparisce all'orizzonte, impolverato e impaurito.

Il Macchinaro Arrogante è quello la cui portiera ha un'apertura alare di 90° esatti, e la mossa gli viene meglio e più repentina se è parcheggiato in doppia fila.

Il Macchinaro Arrogante è quello che elargisce diritti di precedenza a seconda della sua magnanimità e del tutto arbitrariamente, e si stupisce che il Ciclista non si sprechi in segni di riconoscimento quando, nelle giornate di particolare buonumore, decide di dargli il contentino rispettando la segnaletica orizzontale.

Il Macchinaro Arrogante è quello che odia a tal punto il Ciclista Urbano da tenerlo sotto assedio nella sua stessa casa: ostruisce qualunque passo carrabile gli venga sottomano e poi rimane a guardare dal bar di fronte, sgranocchiando pop corn, le acrobazie del piccolo Ciclista nel tentativo di scavalcargli il cofano.

Il Macchinaro Arrogante è quello che trova che sia stata una gran bella idea da parte di Pisapia aumentare i parcheggi in città, anche se ancora non si spiega per quale motivo li abbia tinti di rosso e decorati con simpatici stencil a forma di velocipede. 

Il Macchinaro Arrogante è quello che la domenica pomeriggio verso le tre si trasforma in Ciclista, si dipone in batterie da quattro sull'intera carreggiata e si stupisce e si indigna della maleducazione di tutti quei Macchinari Arroganti che gli sgommano in faccia inquinando una città che andrebbe goduta di più all'aria aperta.













venerdì 4 luglio 2014

COME CAZZO SI FA

Dopo il depressive mood della settimana scorsa torno a postare minghiate, e oggi mi domando e chiedo: ma come cazzo si fa.
Uno, a tifare Cantù (è una settimana che mi alzo la mattina cantando cori, GRAZIE OLIMPIA CAMPIONI D'ITALIA!).
Due, a mangiare il ghiacciolo verde.

E tre, a crederci di brutto come Alessia di The Chilicool.


A parte che a me sto taglio di capelli fa schifo, non è questo che mi inquieta. Mi inquietano invece i titoli che Alessia sceglie per i suoi post. Ora, non che io sia una grande produttrice di titoli intelligenti, ma lei partorisce cose di questo genere: Fiori sulla felpa e cenni d'azzurro. Cioè, avete capito? Fiori sulla felpa e cenni d'azzurro! Pura poesia! Grandissimo sforzo d'intelletto! Mirabile sfoggio d'immaginazione.
Non paga della pochezza dei suoi titoli Alessia continua il post in questo deprecabile modo:

Fiori, fiori e ancora fiori. Calici di vino bianco ghiacciato. La luce del sole che filtra tra le nubi, tra le colline a nord di Udine. Lunghi bagni in piscina. Cene a lume di candela a piedi nudi nell’ erba. Case diroccate nascoste dalle balle di fieno. Risate a cuore aperto. Il caffè quando si fa sera. Le tazzine di porcellana nella credenza di mamma. 

Ma che fantastica istantanea di vita! Che spaccato di Udine! I calici di vino ghiacciati, le cene a lume di candela... Ale ma chittecrede? Chittecrede Alessia? Cos'è, la campagna di Udine aka il nuovo regno di Fantasilandia? Tua madre, vicino alle tazzine di porcellana ha le coppe da Dom Perignon per far sbronzare te a bordo vasca, Alessia?
Ma lei gnente, imperterrita:

 Fiori, fiori, fiori e ancora fiori. Sulla mia felpa in versione crop, sul tavolino in salotto, tra le pagine di un libro in attesa di essere sfogliato (e ti do un consiglio, Alessia: aprilo, che magari inizi a sistemare la punteggiatura in grazia del dio). Per me rose, tulipani e calle. Bianche. Irriducibili cenni di frivolezza, consapevoli che le cose belle richiedono tempo, passione e un pizzico di pazienza. (cioè, ma solo io mi chiedo cosa cazzo mai sta dicendo? Le cose belle che richiedono tempo cosa? Alessia, ti ricordo che stiamo parlando di una felpa X-CAPE, marchio che tutte noi ritenevamo bandito, e di fiori spiaccicati tra le pagine di libri mai aperti). Il mio Martedì è iniziato così (no, hai capito? Il suo martedì inizia con vino bianco, calle e lei che come una cretina ride girando a piedi nudi in aperta campagna! Il tuo martedì come inizia, sulla metro?), ricordando istantanee di vita, e a questo ho aggiunto una camicia bianca e un jeans a sigaretta per un casual twist (casual twist, questa me la devo segnare e la riciclo in un post fra un paio di mesi) che oggi sento particolarmente mio. Due grandi lenti azzurre dietro cui nascondere lo sguardo. Fiori freschi in casa e candele accese.(ma dove vive questa, nel castello di Biancaneve?) Un tocco di magia, ed uno soltanto, anche nelle piccole cose. Il fascino sottile della non-perfezione. E il non prendersi troppo sul serio. Tutto il resto è noia. A voi l’ augurio che questa settimana, che profuma di fiori e di leggerezza, possa essere come voi la volete.

No, basta. Su "il fascino sottile della non perfezione", signore, alzo le mani e mi dichiaro arresa. 
 
Come cazzo si fa a crederci di brutto come la Marcuzzi. Cioè, le avete viste le ultime foto della Pinella?




Boh, a me stai anche simpatica Alessia, però c'hai quarant'anni e mi sembri una pazza.

E poi, il trend più cool dell'estate. Evidentemente stufe delle tette al vento della Biasi, le sue competitors fescion bloggerz aprono le danze al bagno vestite.

 
Tuula

Style Scrapbook

Andy, nella sua immensa figaggine, cammina sulle acque che neanche il redentore.



My free choice

Vince a mani basse Erika Boldrin con il tuffo integrale, alla faccia nostra che portiamo il vestito buono in lavanderia. D'altronde, chissenefrega se in calce al post hai scritto wearing: Roberto Cavalli dress?




Fiori, fiori e ancora fiori. Calici di vino bianco ghiacciato. La luce del sole che filtra tra le nubi, tra le colline a nord di Udine. Lunghi bagni in piscina. Cene a lume di candela a piedi nudi nell’ erba. Case diroccate nascoste dalle balle di fieno. Risate a cuore aperto. Il caffè quando si fa sera. Le tazzine di porcellana nella credenza di mamma.  Fiori, fiori, fiori e ancora fiori. Sulla mia felpa in versione crop, sul tavolino in salotto, tra le pagine di un libro in attesa di essere sfogliato. Per me rose, tulipani e calle. Bianche. Irriducibili cenni di frivolezza, consapevoli che le cose belle richiedono tempo, passione e un pizzico di pazienza. Il mio Martedì è iniziato così, ricordando istantanee di vita, e a questo ho aggiunto una camicia bianca e un jeans a sigaretta per un casual twist che oggi sento particolarmente mio. Due grandi lenti azzurre dietro cui nascondere lo sguardo. Fiori freschi in casa e candele accese. Un tocco di magia, ed uno soltanto, anche nelle piccole cose. Il fascino sottile della non-perfezione. E il non prendersi troppo sul serio. Tutto il resto è noia. A voi l’ augurio che questa settimana, che profuma di fiori e di leggerezza, possa essere come voi la volete.
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Fiori, fiori e ancora fiori. Calici di vino bianco ghiacciato. La luce del sole che filtra tra le nubi, tra le colline a nord di Udine. Lunghi bagni in piscina. Cene a lume di candela a piedi nudi nell’ erba. Case diroccate nascoste dalle balle di fieno. Risate a cuore aperto. Il caffè quando si fa sera. Le tazzine di porcellana nella credenza di mamma.  Fiori, fiori, fiori e ancora fiori. Sulla mia felpa in versione crop, sul tavolino in salotto, tra le pagine di un libro in attesa di essere sfogliato. Per me rose, tulipani e calle. Bianche. Irriducibili cenni di frivolezza, consapevoli che le cose belle richiedono tempo, passione e un pizzico di pazienza. Il mio Martedì è iniziato così, ricordando istantanee di vita, e a questo ho aggiunto una camicia bianca e un jeans a sigaretta per un casual twist che oggi sento particolarmente mio. Due grandi lenti azzurre dietro cui nascondere lo sguardo. Fiori freschi in casa e candele accese. Un tocco di magia, ed uno soltanto, anche nelle piccole cose. Il fascino sottile della non-perfezione. E il non prendersi troppo sul serio. Tutto il resto è noia. A voi l’ augurio che questa settimana, che profuma di fiori e di leggerezza, possa essere come voi la volete.
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Fiori, fiori e ancora fiori. Calici di vino bianco ghiacciato. La luce del sole che filtra tra le nubi, tra le colline a nord di Udine. Lunghi bagni in piscina. Cene a lume di candela a piedi nudi nell’ erba. Case diroccate nascoste dalle balle di fieno. Risate a cuore aperto. Il caffè quando si fa sera. Le tazzine di porcellana nella credenza di mamma.  Fiori, fiori, fiori e ancora fiori. Sulla mia felpa in versione crop, sul tavolino in salotto, tra le pagine di un libro in attesa di essere sfogliato. Per me rose, tulipani e calle. Bianche. Irriducibili cenni di frivolezza, consapevoli che le cose belle richiedono tempo, passione e un pizzico di pazienza. Il mio Martedì è iniziato così, ricordando istantanee di vita, e a questo ho aggiunto una camicia bianca e un jeans a sigaretta per un casual twist che oggi sento particolarmente mio. Due grandi lenti azzurre dietro cui nascondere lo sguardo. Fiori freschi in casa e candele accese. Un tocco di magia, ed uno soltanto, anche nelle piccole cose. Il fascino sottile della non-perfezione. E il non prendersi troppo sul serio. Tutto il resto è noia. A voi l’ augurio che questa settimana, che profuma di fiori e di leggerezza, possa essere come voi la volete.
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