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domenica 22 marzo 2015

TUTORIAL PERCHE' NON SO COSA FARE E ALLORA MI METTO UN TURBANTE

Habemus wifi, bisogna festeggiare con un post.

Volevo scrivere dei nuovi feticci da mettere nell'armadio per la primavera duemiliquindici ma mi fa tutto schifo.
Volevo scrivere un post su come ho iniziato a correre ma ormai l'hanno scritto tutti e ho una paura sacra del confronto.
Volevo ammorbarvi ancora un po' con gli estesi orizzonti della mia infelicità ma ho pietà di voi.
Ho anche pensato di riaprire una diatriba letteraria, visto che sono al quarto capitolo de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, ma poi sono sicura che mi spoilerate.

Quindi ho deciso di scrivere un post sul NULLA siderale che c'è nella mia mente.

Anzi no, vi racconto del turbante. Il vero e unico feticcio di primavera, visto che Zara ha deluso.

Come ben sapete, ho una personalità dai contorni labili. Sono: tendenzialmente insicura, dotata di un'autostima nanica, generalmente afflitta da un pessimismo cosmico che Baudelaire in confronto ti sembrava di stare a Zelig. Vi ho anche già confessato la mia opinalbile tendenza alla copioneria. Copiare è tipico delle persone insicure, oppure poco fantasiose, quelle che si sentono meglio a stare un po' defilate nelle retrovie e poi saltare all'ultimo sul carro del vincitore. Eccomi, sono io.

Questa volta il giochetto dovrebbe venirmi facile, visto che ho trovato da copiare niente meno che la mia sosia, però molto più figa. Ve l'avevo già segnalata qui ma ve la riposto,a scanso di ogni dubitamento.


Questa fissa della sosia figa ha un non so che di sfigato che mi ricorda quelli che su Facebook vanno a cercare la gente che ha il loro stesso cognome. 

Questa è Amara, tizia di cui né io né presumibilmente nessuno di voi sapeva nulla fino all'opportuna segnalazione della Scoppiatissima Jo, da cui è nata la mia ossessione.

Io e Amara abbiamo in comune due tratti fondamentali: il naso importante e un altrettanto importante arcata dentale superiore. Ci allontanano svariate altre cose, tra cui una sostanziale differenza di abilità canore, un passato ortodonzistico con risultati riconoscibili, la lunghezza del pelo e il turbante.

Se con i vocalizzi posso fare poco e i capelli devo pazientare finché crescono, è con orgoglio che vi rendo partecipi del lauto assegno staccato al mio dentista per fare ordine nella mia indisciplinata bocca. Mi mancava solo il turbante.

Se posso essere un tantino polemica, non c'è una youtuber che una che sia in grado di insegnarmi ad allacciare un turbante come Amara. Senza contare il fatto che, dopo aver setacciato Etsy, Depop e svariati siti indiani per corrispondenza, gli unici modelli vagamente decenti sono riuscita a trovarli su un sito dedicato a donne in cura chemioterapica, al che mi sono sentita una merda e sono andata da H&M a comprare una sciarpa.

Non è stato facile. Intanto, affinché possa essere spacciato per turbante, la sciarpa deve avere la giusta lunghezza: non troppo corta, non troppo lunga, a spanne ho ritenuto che circa due metri potessero andar bene. La consistenza è molto importante: mi sarebbe piaciuto trovare un jersey, ma sono riuscita a reperirne solo in tinta unita e gnè. Volevo qualcosa in fantasia. La seta è troppo scivolosa (e poi dove la vuoi trovare una seta da H&M?) perciò ho optato per un cotone leggero, perché quelli troppo spessi avevo paura di far fatica a lavorarli.

Quindi: abbiamo il turbante. Adesso bisogna solo metterlo.

Dopo alcune sessioni di allenamento con mia sorella Sgnappa che, non si sa perché, sembrava abbastanza ferrata sull'argomento, mi sento pronta per il tutorial definitivo sull'uso del turbante in stile Amara (bugia: trattasi di laido surrogato ma oh, per ora ci accontentiamo).

Step 1: acconciarsi i capelli a cipollotto cazziforme, oppure anche no, se volete tenerli sciolti fate voi, io sto male.

Foto di ottima qualità per mostrarvi la beltade della mia acconciatura.
Step 2: sciarpa dietro alla nuca, le due estremità davanti. Che siano lunghe uguali, fate le cose per bene.


Dietro la mia spalla, l'orecchio del Simba in dimensioni naturali che, nell'immaginazione mia e del Pelliccia, impersonificherebbe il fratello della Nina. Si chiama Duccio. Ciao Duccio.

Step 3: incrociare le due estremità della sciarpa nell'esatto punto mediano della vostra fronte.

Non c'è niente di più difficile che farsi un tutorial quando si è in casa da sole. Pelliccia dove sei quando mi servi per le foto perdio?

Step 4: incrociare ancora una volta le due estremità della sciarpa sulla fronte.

Qui mi sono aiutata con un piede, non dico altro.

Step 5: incrociare i due lembi sulla nuca.

Helloooooooowwww

Step 6: arrotolare più e più volte la sciarpa fino a coprire il cipollotto e poi chiudere con un nodo, cercando (ovviamente non riuscendoci) di nascondere gli ultimi due pezzettini di stoffa tra le pieghe.

Duccio sembra approvare.

Step 7: allargare le due fasce sulla sommità della testa per coprire tutti i capelli.

Taaaaaaaaaaac.

Step 8: Ciao Amara!



Un tutorial di tale rara bruttezza e inutilità temo di non averlo visto mai, ma sticazzi, sono le unidici di sera e io avevo il wifi.

Comunque, onestamente, non pare anche a voi che siamo come due gocce d'acqua?







sabato 4 ottobre 2014

AMIGURUMI ovvero L'ENNESIMO FALLIMENTO DELLA GIANNI HA UN NOME GIAPPONESE

Ho rallentato il ritmo sincopato delle uscite dei miei post e no, la ragione non è che ho ricominciato a lavorare seriamente, mi sto ancora trastullando in attesa che arrivi la metà di ottobre e la mia vita riprenda il rincuorante tran tran della vita impiegatizia.

La verità è che quando non mi sentite per qualche giorno significa -tremate tremate- che sto architettando una qualche minghiata.

C'era una volta una blogger bravissima* che coniò un termine fantastico per descrivere le sue produzioni, che volevano essere DIY di livello e invece le uscivano sempre un po' sgangherate: erano tutti FAIL-DA-TE, i cugini sfortunati dei tanti talentuosi fai-da-te che impazzano nella blogosfera. 

Io che non ho mai usato le manine per una beata fava tranne che mettermi lo smalto e subito dopo mangiarmi  le pellicine, da un anno quasi mi improvviso creativa: dapprima furono i boshi (dai che ve li ricordate tutti), di cui riempii inermi amici e parenti, poi il raptus distruttivo su un paio di jeans innocenti, per approdare, con il vento della tracotanza in poppa, nella vasta landa delle macchine da cucire (terra per lo più inesplorata).

L'estate mi ha vista impegnata in attività ginniche (ebbene) e tutti quanti credo abbiano tirato un nascosto sospiro di sollievo nell'illusione che la mattana del fai-da-te mi fosse passata.

E INVECE NO!

Tornato l'autunno, mi sono chiesta: con quale attività potrei impiegare le pause tra una tisana e un pisolino sul divano la sera?

Logicamente, il mio nuovo hobby avrebbe dovuto rispondere ai medesimi criteri dei suoi predecessori di cui sopra, e vale a dire:

- stimolare la naturale associazione mentale con circoli di pensionate che organizzano mercatini di       beneficenza;
- produrre una quantità di scarti sufficiente a deturpare mezza casa;
- essere di totale inutilità;
- avere un nome carino.

E fu così che saltarono fuori gli Amigurumi.

Cito da Wikipedia: "Gli amigurumi non hanno un uso pratico; sono creati e collezionati per ragioni estetiche. Caratteristica estetica degli amigurumi è essere kawaii".
Behhh! Posso forse resistere alla tentazione di qualcosa che è kawaii? Ovvio che no.

Con tutta la mia supponenza mi sono diretta a grandi falcate verso la mia merceria di fiducia, ho varcato la porta, forte dei miei progetti di gloria e ho tuonato: "Devo fare gli amirugù. Gli arigumù. Gli ambaribù. Gli stramaledetti animali all'uncinetto perdio!"

Sono tornata a casa armata di uncinetto 3, un'intero RAL 840 di spolette di cotone, tutta la bambagia delle terre di Tara e un libricino di istruzioni per fare dolcetti orribili. A morte i dolcetti, io volevo fare uccellini, gattini, cagnolini, lumachine, topolini e il resto dell'arca.

Ho iniziato con tanto entusiasmo. Madonna che fatica. Andate in palestra voi? Puah. Io per imparare a fare il cerchio magico avrò perso 4 etti. Ma alla fine si sa, la parte più difficile è sempre l'inizio. Poi vado come un treno. Ragazzi, sono lanciatissima. Sforno una coppia di gufi. Meh. Sono un po' strani. Cioè, un po' stortini. Ste perline per gli occhi me li fanno un po' indemoniati. Non sono soddisfatta e allora, seguendo una cristallina logica, penso che il gufo è uno stronzo. Non devo sprecare tempo con questi schemi da principianti, provo qualcosa di più alla mia portata, provo il gattino.

Trovo lo schema su www.creativitàorganizzata.it, è di tale Stipenhaak, una tizia olandese, ed è così:


Carini no? Non sembrano complicati, sono delle palle con le orecchie-una coda-cose. Ce la faccio di sicuro.

Due giorni e parecchi capelli persi più tardi...


Che dire. Sembra un incrocio tra un barbapapà e un birillo coi baffi. Ha le orecchie completamente spanate, diavolo. E in generale ha un'aria così triste, così triste, che non so se mettermi a ridere o lasciarmi spezzare il cuore.

Va beh, ci ritento. Questa volta sarò attenta, maniacale. Conterò tutti i punti. Chiuderò i nodini con erculea potenza. Andrà bene, lo so. Sarà un coniglietto bellissimo, esattamente uguale a quello di Stephanie, Makezine.com:


Non sono adorabili? E alla fine, beh, sono quattro palline. Secondo me ce la faccio.


Credo che la Bestia qui di sopra sia appena scappata dal set de L'Esorcista.

E allora che facciamo, ci arrendiamo? Giammai! C'è ancora troppo spazio vuoto nella vecchia piccola fattoria della Gianni.

Un saluto dallo zoo degli orrori! (Tenente alla larga i vostri bambini)

Che paura!!!

*La blogger bravissima di cui vi dicevo si chiama Valentina, e trovate i suoi fail-da-te che tanto fail non sono sul suo blog che si chiama Plastica, dove purtroppo non scrive più molto spesso perché è passata a parlare di cose serie (leggi modamodamoda ma anche arte e lifestyle) sulla sua nuova pagina Inspire with Grace.







giovedì 18 settembre 2014

#DUE CUORI/LA SCOPPIATISSIMA JO

Oggi voglio raccontarvi della mia amica, La Scoppiatissima Jo.

La Scoppiatissima Jo ed io siamo amiche dalla prima elementare, o forse da prima, ma credo di no. O forse sì. O forse no. Di sicuro, se fosse lei in questo momento quella da questa parte della tastiera, saprebbe elencarvi con precisione millimetrica anno solare, mese giorno ora e minuto del nostro primo incontro, risalente all'era in cui l'età si scriveva con una sola cifra, se sapevi scriverla. Questo perché, nonostante La Scoppiatissima Jo sia largamente nota per la sua sbadataggine leggendaria, ha una memoria acuminata per le questioni affettive, al contrario della sottoscritta, che si dimentica di festeggiare il proprio anniversario. Ok.

Quando eravamo piccole, a me e alla Scoppiatissima Jo piaceva giocare con le barbie, le canzoni di Fiorello e fare del piccolo teatro d'avanguardia, in cui generalmente madri e sorelle venivano coinvolte per recitare parti minori, come fu Mrs Brick nella toccante tragedia in tre atti "La Bella e La Bestia".
Poiché La Scoppiatissima Jo ed io siamo sempre state molto diverse, la divisione dei ruoli principali avveniva senza scontri né frustranti compromessi: lei, molto dolce, faceva la principessa, io, dotata di folto crine di cui qualche post addietro, ero perfettamente a mio agio nell'interpretare Bestie, Re Leoni e finanche Gobbi di Notre-Dame. Credo che alla base della nostra longeva amicizia ci sia proprio questa nostra incompatibilità caratteriale, perché litigarsi il vestito di Barbie Usignolo quando si hanno sette anni può compromettere anche l'affinità elettiva più elevata.

Alle scuole medie alla Scoppiatissima Jo e a me sono andate a noia le barbie e son venuti a genio i maschietti. Sull'argomento ci trovava perfettamente concordi il fatto che il mondo fosse un mare pieno di pesci da appendere all'amo, rimanevamo però schierate su fronti opposti per quanto riguardava il potenziale attrattivo delle nostre prede: a me piacevano più grandi, tabagisti, col motorino e con scatole craniche tanto desertiche da ispirare un sequel a Buzzati; a lei, viso d'angelo e amor cortese. Così mentre io zompettavo da una parte all'altra come in un negozio di caramelle, cambiando idea ogni paio di settimane, lei si struggeva dietro amori lunghi come un'edizione di San Remo quando a condurre è Pippo Baudo.
Dalle nostre dis-avventure amorose, da cui nove su dieci si usciva col cuore spezzato e una discreta dose di disillusione in più, nascevano chilometrici diari a quattro mani, che erano la versione antidiluviana di Blogger, solo, aggiornati molto più di frequente. Erano di fatto diari monotematici, in cui a vicenda ci tamburavamo la uallera sulle nostre pene d'amore insormontabili insopportabili e insopprimibili, con qualche raro fuori tema sul genere quella-lì-è-una-troia-mi-sta-sul-cazzo, e abbondante condimento di sogni sul nostro futuro. Io da grande volevo fare: l'attrice-la scrittrice-l'interprete-la scienziata-il Premio Nobel (di professione). Lei voleva fare: la stilista-la pasticcera-la designer-la pittrice-la cuoca. Indovinate cosa faccio io? Indovinate cosa fa lei? Sì, vabbè.

Poi sono stati gli anni pazzi del liceo, in cui io facevo la punk sfigata e lei si vestiva da hippie. Sono stati gli anni dei concerti, delle feste alcoliche, dei fidanzati gelosi (i miei) e stronzi (i suoi), degli amori della vita. E siamo cresciute, e siamo sempre più diverse. Io razionale, concreta, efficiente. Lei romantica, astratta, sognatrice. Tutte e due alla ricerca di un modo attraverso cui esprimerci, tutte e due in attesa di un pubblico, un gesto, un riconoscimento.

E mentre io mi laureavo in una cosa, poi andavo a farne un'altra, poi mi fidanzavo, poi convivevo, mi trasferivo e compravo portafrutta e cesti per la biancheria, e mi dimenticavo un po' che cosa mi piaceva fare, e mi sforzavo di non tradire i miei sogni da bambina (anche se sul Premio Nobel ho, come dire. Mollato il colpo), lei i suoi sogni se li portava appresso, come un fagottino sulla spalla, e li nutriva, e diventava più grande e più brava. 

Nell'Anno del Signore 2014 non è molto facile avere dei sogni da far crescere. Perché non sono in molti quelli disposti a darti una mano e a remare con te. Se vuoi fare qualcosa di bello, di TUO, beh, ti devi rimboccare le maniche e arrangiarti. E La Scoppiatissima Jo, da scoppiata qual è, si è guardata in faccia con se stessa e ha detto: so fare alcune cose e le so fare bene. Perciò vaffanculo a tutti, vaffanculo alla crisi, al lavoro che non c'è, vaffanculo ai paraculismi, alle pari opportunità, alle lauree che non pagano, ai contratti a casaccio, ai datori di lavoro in ansia, ai colleghi incontinenti, alle quote di iscrizione, agli esami che non finiscono mai. E vaffanculo anche a Monti che, non so perché, ma è un vaffanculo che non perde mai d'attualità. Insomma, fanculo a tutti. Il mio campo provo ad ararmelo da me. 

E ne è venuto fuori questo:


La Scoppiatissima Jo, con la sua manina magica. La Scoppiatissima Jo, quella che mi disegnava a mano i biglietti d'auguri, quella che alle lezioni di educazione artistica prendeva sempre ottimo, quella che si dipinge le pareti di camera sua e ci disegna alberi, soffioni e fiori. Lei ha creato questo progetto dal nulla di uno spazio vuoto, come su un foglio bianco ci ha disegnato sopra i suoi sogni per vedere se si rispecchiano nei sogni degli altri.

Io non mi ci raccapezzo molto coi matrimoni, lo sapete, ma secondo me questa è una cosa bella. Però è fragile, come un bimbo, e l'augurio che posso fare io alla Scoppiatissima Jo e al suo Hashtag è quello di crescere. Di diventare belli e forti, di colorare spazi sempre più grandi, con gli acquarelli di tutto l'amore che c'è. 

La Scoppiatissima Jo crede nell'amore, e chi crede nell'amore, secondo me, merita una chance.

P.S. Se anche non vi sposate, un giro sul sito fatelo. Davvero. Magari in uno di quei momenti neri in cui non ne potete più e, fidatevi, avete bisogno di vedere qualcosa di bello.
E se quello che vedete vi piace, andate qui a dirglielo.


lunedì 10 marzo 2014

ISTERISMI, PAGLIACCIATE E CARNEVALE

Anche quest'anno l'8 Marzo è arrivato e se ne è andato, con i suoi auguri da stracciarsi le vesti, i link su Facebook con le mimose e ottantadue tag e le recriminazioni sulle vacche represse che aspettano solo l'otto di marzo per uscire con il gregge di amiche vacche represse a fare le vacche con gli spogliarellisti. E ve lo devo dire, a me l'otto marzo è sempre stato sui coglioni, ma il motivo per cui lo odio di più è proprio questa sarabanda da moralisti della TL che inneggiano alle DONNE VERE, quelle che sono da festeggiare TUTTI I GIORNI, quelle che l'otto di marzo stanno a casa a fare la calzetta, mica quelle troie delle vacche represse che vanno ad ubriacarsi vestite di paillettes. Che palle. Io mi chiedo se è proprio necessario tutti gli anni. Mi chiedo cosa abbiamo mai fatto di male noi donne per doverci sottoporre tutti i santissimi anni che il signore manda in terra a questo sbrecciamento di coglioni. Non lo so.
Ma su con la vita ragazze, quest'anno la Giornata Internazionale della Donna è stata un po' più facile per noi perché c'era ben altra celebrazione ad occupare le nostre menti, ovvero il Carnevale.
A chi non piace il Carnevale, ci avete dei problemi. Chi non ama il Carnevale è perché ha il culo pesante, punto. Siete pesantipesantipesanti. A me piace un botto. Soprattutto mi piace il lato becero del Carnevale, quello del costume home made, quello dell'idiozia consistente, quello che fa ridere. Non mi piace il Carnevale sexy a tutti i costi, e neanche quello volgare. Ci sono delle cose che a Carnevale non valgono, sono i GRANDI NO del Carnevale: 
non valgono le cornina da diavolo riciclate da Halloween. YOU ARE DISMISSED.
non vale il mono-accessorio: solo la parrucca, solo il cappello, solo il naso da pagliaccio. Non sono costumi. NEXT.
non valgono le scuse. Sono vestito da me stesso la domenica è una stronzata. PER TE MISS ITALIA FINISCE.

Io, Maya e Effe ci siamo date al Becero, ovviamente, con dell'altra gente. Per far del Becero fatto bene bisogna:
  1. scegliere il posto. Che sia abbastanza becero da ospitare gente vestita da sub, da banana o da lattina dell'Ichnusa, perché non c'è assolutamente niente di peggio al mondo che trovarsi travestiti da dementi in un posto in cui tutti gli altri sono in borghese. 
  2. scegliere il tema. Perché è dagli anni del bullismo adolescenziale che sappiamo che l'insieme fa la forza e che in gruppo si riesce a tirar fuori molta più imbecillità che da soli (una banana dopotutto è sempre una banana, ma cinque banane sono un concentrato mortale di potassio, e levatevi tutti).
  3. farsi il costume. Perché se te lo fai da sola è più bello: cominci a ridere già da prima, quando ti scambi le foto dei tuoi orrori con le amiche su Whatsapp.
Le Funnies hanno fatto tutto con saggio criterio:
  1. hanno scelto il posto, ovvero l'Alcatraz. E che nessuno dica niente, perché l'Alcatraz è come le All Star: andavano bene a quindici anni e te le metti volentieri ancora adesso, quando capita. E' l'unico posto in tutta Milano dove mettono ancora Aca' Toro e i Meganoidi. E ho detto tutto.
  2. hanno scelto il tema, non senza difficoltà, passando dalle principesse Disney (troppo sbatti) agli animali dello zoo (troppo pirla) per approdare su un evergreen: le cheerleaders. Perché i pon pon ti risolvono l'antico problema del dove mettere le mani, queste appendici inutili e deturpanti, mentre balli. Col pon pon le sistemi: stanno in alto. Stanno in alto e sgigottano, tutta sera, finché non ti vengono i crampi, ma allora è quasi ora di andare a casa.
  3. si sono fatte il costume. Cioè, quasi. Mi piacerebbe molto dire che le mie serate spese al corso di taglio e cucito hanno dato i loro frutti ma purtroppo la triste realtà è che la gonna ce la siamo dovuta comprare. Ma per le magliette, quella è tutta un'altra storia:
La prodezza.
La sera dell'evento si torna dal lavoro con tanti buoni propositi sul trucco e parrucco. Poi su RealTime c'è Incidenti di Bellezza e una tizia con due tette a orecchie di cocker, e allora si tira avanti di "ancora cinque minuti", si rischia l'abbiocco, in un attimo è mezzanotte e sì, stiamo arrivando. Ma prima di uscire di casa c'è una cosa che è d'obbligo e imprescindibile: 

La condivisione del selfie selvaggio.
E alla fine siamo uscite carine, dai:

C'avevamo anche i giocatori.
C'avevamo anche lo striscione.
Ebbene sì, c'avevamo anche le coreografie.
(A quanto pare avevamo tutto tranne che una macchina fotografica con un flash, ma vabbè).

Abbiamo incontrato i nostri avatar dieci anni fa (che carine!).
E abbiamo avuto momenti esilaranti. Momenti di roboante successo perché ragazzi, i pon pon funzionano. Fanno aggregazione. Disinibiscono, passi urlando per tutta la sala e la gente fa il trenino, giuro. 
Tutto ciò finché Maya, nell'impeto del cheerleading aggressivo, non lancia in aria il suo pon pon tentacolare e lo fa atterrare in faccia a uno che aveva gli occhiali.
 Dieci minuti dopo ci siamo accorte che gli occhiali erano nel pon pon.
 Fine della serata.













venerdì 7 febbraio 2014

DIY: JEANS SHREDDATI, YES I DID IT!

Ogni volta che mi prendo qualche giorno di ferie, piove a dirotto, il che non è malaccio, perché mi dà la motivazione perfetta per:
dormire tutti i giorni fino alle undici;
imbruttirmi cinquanta ore sul divano con la tv fissa su Real Time
inventarmi boiate da fare.

Visto  che sui programmi di Real Time c'è ben poco da dire (raggiungono un tale livello di sociopaticità che mi mancano le parole), mi concentrerei sulle boiate.
La Boiata di questa settimana, che poi in realtà è uscita benaccio facendomi sentire very powerfull nonostante la casa fosse ridotta ad un cumulo di macerie prima della fine dell'opera, è questa:


Ho shreddato un paio di jeans risalenti ad un'era prescolastica, che sono stati per anni anni e anni i miei jeans preferiti (vi dico solo che quando li ho acquistati la gamba stretta era pura avanguardia) e che per ovvi motivi erano ormai ad un passo dal cassone dell'immondizia, perché erano troppo consunti anche per la beneficenza.

Comunque, appurata la magnificenza del risultato, che io per prima non ci averei mai e poi mai creduto, ho deciso di condividere con voi questo mio nuovo know-how con il mio personale tutorial  per:

SHREDDARE UN PAIO DI JEANS: HOW TO by LaGianni.

1) Cercare su YouTube tutorial più credibili per avere una vaga idea di come si shredda veramente un paio di jeans.

2) Scegliere un paio di jeans davvero irrecuperabili e spararsi un brutto selfie per autoconvincersi della necessità di sacrificarli in nome dell'arte.

Qui sembra che ho le gambe di venti centimetri, ma vabenecosì.
3) Mettere insieme la seguente strumentazione:

Grattugia per il grana;
Forbici grandi;
Forbicine;
Pinzette per sopracciglia.
Il tutto in una monocromia inquietante, tra l'altro. In realtà la grattugia non l'ho mai usata e le pinzette le ho gettate lontanissimo in un momento di sclero dopo che eran dieci minuti che tentavo di sfilare i fili blu del denim invano, ma approfondiremo questo tema più tardi, non voglio anticiparvi troppo.

4) Con la forbice grande, praticare dei tagli in orizzontale ad minchiam sulla gamba del jeans, in corrispondenza di dove vorrete la shreddatura. Se la volete solo in un punto particolare (per esempio, sul ginocchio) vi suggerisco di farli con il jeans indossato, in modo da non sbagliare altezza. Se invece volete solo attuare un'opera di distruzione come nel mio caso, potete pure farli a random. 

5) Qui è arrivato il difficile. Perché tutti i tutorial che mi sono vista, tutti, a questo punto ti dicono di impugnare le pinzette ed estrarre i fili blu che costituiscono l'ordito del jeans. Sono in pratica i fili verticali, che tu hai appena tagliato a diverse altezze nel punto 4. In teoria, ma solo in teoria, i fili che stanno nella porzione di jeans compresa tra due tagli, non essendo più ancorati a niente, dovrebbero sfilarsi facilmente e lasciare nudi e visibili (con cavolo) i fili orizzontali bianchi e facendovi ottenere il tipico effetto shreddato.
Il lancio della pinzetta è avvenuto qui, esattamente, perché sa dio che ordito aggressivo avevano i miei jeans, ma sti fili blu non venivano. Neanche a piangere. Superato l'attimo di panico in cui ho realizzato di trovarmi con in mano un paio di jeans tagliuzzati e non shreddabili, ho recuperato l'ottimismo ed ho elaborato il punto numero

6, ovvero il punto salvagente) Se la montagna non va a Maometto, è Maometto che va alla montagna. Tradotto: se non riesco a disarcionare i fili blu, libererò quelli bianchi. Ho girato i jeans e, piano piano piano piano (tipo che ci ho impiegato mezza giornata a fare tutto) ho tirato tutti i fili bianchi senza romperli, portandoli verso l'apertura del taglio e liberandoli dalla schiavitù dei fili blu. Vi faccio vedere le foto, che si capisce meglio:

Potete qui ammirare come, con la mia forbicina, sto liberando il filo bianco.
Ogni po' di fili bianchi che tirate tagliate via l'esubero di fili blu orfani, se no vi intralciano il lavoro.


Dopo molti fili bianchi tirati, il risultato sarà questo qui.

E niente, non sono sicurissima che abbiate capito proprio tuttotutto, perché tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare di fili blu che hanno letteralmente invaso l'intera mia magione (e i bastardi si insinuano dappertutto, sono giorni che continuo ad aspirarli a mazzi dal pavimento), ma vabè, io devo dire che sono così soddisfatta dei miei jeans che i batuffoli di filo blu ancorati a tende, coperte, divano e pelo del gatto sono solo un piccolo prezzo da pagare.

Ora manca solo il sole perché se esco a sfoggiare i miei nuovi jeans con questa temperatura mi si sgretolano le cosce.





lunedì 3 febbraio 2014

NUOVE OSSESSIONI: LA MACCHINA DA CUCIRE

Non vi ho ancora raccontato del mio nuovo feticcio, il corso di taglio e cucito che ho appena iniziato a frequentare nel laboratorio dello Spazio B**K di via Porro Lambertenghi.

State ridendo? Non so come mai, ma ogni volta che dico taglioecucito la gente si mette a ridere. E dire che ci sono corsi con nomi ben più buffi che la gente frequenta nell'indifferenza generale, tipo  l'Acquacombat o il Military Fitness (ma che èèèèèèèè!!). 
Facendo fede al mio buon proposito n°3 di inizio anno, io ho deciso di mettere una (grossa) pietra sopra a tutto ciò che inizia con training e finisce con fitness, ignorare qualunque cosa abbia a che vedere con parole come cardio, step, tone, hydro e salamadonna, e concentrarmi a coltivare il mio lato ancora fertile, nella speranza di ricavarci qualcosa di buono o, alle brutte, di far passare il tempo. Ecco perché, sull'onda della vecchiezza scaturita dalla mia nuova relazione con l'uncinetto, mi sono buttata sulla macchina da cucire.

Buttata in senso figurato, intendo. Ma anche fisico, da un certo punto di vista.

Ci siamo andati in tre al corso, mercoledì sera: io, la mia collega Pallina e le mie Underground. Le Underground le considero ente a parte e non delle semplici calzature perché effettivamente, con una para di cinque centimetri, sembravano avere vita propria su quell'aggeggio del diavolo che è il pedale.
Quindi, primo appunto: mercoledì prossimo, in ballerine.

La nostra maestra si chiama Chiara. Sorprendentemente, è una ragazza giovane, non una vecchia bacucca con le dita a radice di pino consumate dall'artrite. Giusto per convincervi che la macchina da cucire non è un arnese per vecchi.

Io mi ero persa la prima lezione mercoledì scorso causa Parigi (cominciamo bene), perciò io e Pallina andiamo lì una mezzora prima per recuperare.

Lession number one: Come si infila il filo. Chiara dice, mi raccomando, prima di cominciare a cucire assicuratevi che il piedino sia giù, se no si ingolfa il filo. Io: OK! e parto: macchina ingolfata. Molto bene.

Primo esercizio: fare le cuciture dritte. Pallina va come un treno. Io... io litigo col pedale:

Drittezza is a state of mind.
Va bene, in qualche modo ce la faccio. Ho fatto anche lo zig zag (avete visto?), sono proud of myself. Così Chiara dice: adesso vi do due scampoli di tessuto e ci faremo un sacchetto. Deglutisco. Un sacchetto? Ho appena imparato a fare lo zig zag! Ma va bene, mi ci metto.
Pallina sta già inserendo la coulisse che io sono ancora a disfare le cuciture sbagliate che ho fatto (perché sì, non ci avevo pensato che un sacchetto necessita di un'apertura per essere utilizzato, e allora?). Quindi disfo, rifaccio. Ripasso la cucitura che mi è andata fuori dal tessuto. Sbuffo, sudo. Mi si rompe il filo. Di nuovo. Di nuovo. Chiara mi cambia la macchina, lei ha fiducia in me. La colpa non è mia, è di quella dannata macchina. Stiro, rischiando di uccidere. Passo la coulisse, il bordino che ho lasciato è piccolo, ma io celafacciopassarecazzooooo!!!! E finalmente...
TADAAAAAAN!!!



Sto quasi per piangere dalla commozione... il mio sacchetto!! E la coulisse funziona davvero, guardate!


Insomma ne sono uscita stanca, affamata (che non avevo mangiato), ricoperta di fili ma VITTORIOSA! Dopodomani avrò la prossima lezione: cosa sarò capace di fare? Una federa per cuscino forse? Un tovagliolo? A breve gli aggiornamenti sui miei progressi (se ce ne saranno)... stay tuned!

giovedì 16 gennaio 2014

MYBOSHI: A CHE PUNTO SIAMO

Sì, è vero, il blog langue. Non è che ho il blocco dello scrittore, no. Più che altro avrei il blocco del nervo mediano, e la colpa è del nuovo tunnel senza uscita in cui mi sono buttata a pesce, ovvero: the MYBOSHI. Un tunnel di morbida lana colorata in cui le mezze maglie alte la fanno da padrone.

Vi ho già spaccato le palle per bene su tutti i social network mai inventati con il mio nuovo trip dell'uncinetto ma ho deciso che no, NON NE AVETE ANCORA ABBASTANZA. E poi le mie creature hanno bisogno della loro vetrina. Se lo meritano.

Ricorderete forse il tragico inizio del mio grande amore col Myboshi. Nella big depression di inizio anno ero lì per lì per appendere l'uncinetto al chiodo e comprarmi il cappellino da H&M. E cavolo. Ed ero già ad un passo dal baratro della disperazione del "non sono capace di fare gnente perché sono stupidastupidastupida", tanto per non smentire il mio approccio combattivo alla vita e la leggendaria tenacia che metto nel superare le difficoltà.

Grazie al cielo e al Pelliccia, la vita mi ha affibbiato un compagno di strada saggio e pacato che, dopo avermi sentita frignare per un intero weekend, ha tirato fuori il consiglio intelligente: affidarsi ad un ente superiore in grado di fornirmi dimostrazioni pratiche ed il giusto incoraggiamento, nella figura specifica di Madre.
Io mi chiedo con angoscia come farà a sopravvivere la prossima generazione che non avrà le nostre madri multitasking per cui Mammaaaaaaa come si fa a usare l'uncinetto-cucinare i mondeghili-sbiancare il bucato-fare il decoupage? Una generazione allo sbaraglio che non mangerà mai più casöra e ingresserà i Cucirapido a suon di orlo dei jeans a 8 euro. La Tristezza.

Comunque, ripetizioni da Madre la domenica pomeriggio. Un paio di tutorial perché, porco giuda, la catenella doppia mami mica me l'hai spiegata, e TADÀÀÀÀN!! Ma è un cappellino!! Non è un centrino, non è un calzino, è un cappellino!!


Vabèèèèè lasciate perdere i colori, ma chi lo sapeva che un gomitolo non basta??

Proud of myself, mi lancio subito in un nuovo esemplare: una discretissima cuffietta che mi viene molto utile perché non ho più bisogno delle lucine della Decathlon sulla bici nella notte.


C'è qualche incertezza sulla taglia. La prima versione mi esce che neanche il cappellino di Charlie Brown. Disfo e rifaccio. Sbaglio a contare le maglie. Disfo e rifaccio. Cerco di salvare la situazione in corner. La risolvo con due buchi sul retro. Va behhh.

Ho varcato le porte dell'inferno, comunque. Sto fino alle due di notte a sferruzzare perché devo finirlOH!, e la mattina dopo mi sveglio tutta pimpante e porto la mia carta di credito a fare shopping in un nuovo magico posto: la merceria. Ciao tredicesima, sei durata fin troppo, immolati sull'altare del Sacro Gomitolo e dammi la mia lana. Se vi dico che ho speso quarantasette euro di gomitoli dovete credermi. E, per favore, magari fermarmi la prossima volta. 

Ora che ho sperimentato a sufficienza su di me, decido di uscire dal buco e cominciare a tessere le mie ragnatele intorno a nuove ignare vittime: Pelliccia, ti ho visto! La tua zucca tondeggiante non rimarrà oltre nuda ed esposta alle intemperie!

C'è anche l'etichetta! :)

Sono così orgogliosa della mia nuova pelliccica creatura!Quando il Pelliccia lo prova sono così entusiasta che poco poco ed esplodo, tant'è che lui non osa obiettare nulla e, buono buono, se lo infila per andare in ufficio, esponendosi al pubblico ludibrio per amor mio (oppure per amor della sua salute mentale. D'altronde si sa che ai pazzi si dà sempre ragione).

Alla mia ultima sfida fa da inconsapevole cavia mia sorella Sgnappa che, oh ma guarda un po'! Va a sciare! E allora beccati sta fascia. Amici, ben tre cappellini di difficoltà per questo modello sul mio libro, mica roba per principianti, sono già al livello PRO!


E quindi niente, sono partita amici. Un cappello mi seppellirà!
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