domenica 11 gennaio 2015

MARIE KONDO E IL MAGICO POTERE DEL RIORDINO


Ieri è successo l'impensabile. Entro da COS alle 10.01 del mattino, visualizzo una felpina nera con i riccioli al 50% di sconto, controllo la taglia, è una S, non sto neanche a provarla, vado spedita verso la cassa e.

Mi blocco. Come tante e tante volte ha cercato di insegnarmi a fare la mia mamma penso la fatidica frase: "Mi serve davvero?". Mi serve davvero. Quando mai è stato un problema. Ovvio che una felpa coi boccoli non serve davvero. Ovvio che il fatto che ne abbia già un'altra sempre di COS ma presa a prezzo pieno, con il frisè invece che coi riccioli, altresì identica, non dovrebbe essere una giustificazione per fermarmi. Anche se tutti dicono faccia cagare. Anzi, apposta la dovrei prendere.
Penso che solo pochi minuti prima io e il Pelliccia stavamo facendo calcoli per la casa nuova, e ci eravamo promessi di essere accorti, Cioè, io l'avevo promesso. Avevo detto: "Figurati, amore, rinuncerò a qualcosa ma ce la facciamo". Ce la facciamo. Hai voglia. Non basta.

Quello che veramente ha il potere di fermarmi è la visualizzazione mentale del mio armadio. Un armadio ordinato. Un armadio in cui i vestiti tengono le distanze di sicurezza uno dall'altro e non si tamponano. Un armadio in cui è facile trovare le cose.

Sono reduce da un lavaggio mentale importante.

Vi ricordate quando vi avevo parlato di decluttering

Che in questo periodo io non stia bene, penso l'abbiate capito. Se dovessi tradurre il mio malessere in una percezione fisica, direi che mi sento compressa. E poi boh, chi di voi ha nozioni di psicologia forse potrebbe dire che ho bisogno di riprendere il controllo. Mettere ordine nella mia vita e blablabla. Non lo so. So che d'un tratto si è palesata chiara e forte la necessità di fare spazio. Questa casa in cui mi sono sempre trovata bene come in un nido, d'un tratto si è fatta piccola e drammaticamente piena. In una casa piccola dove la roba è stipata, tutto è più difficile. Prendere un paio di scarpe è difficile. Trovare un libro un'impresa titanica.

Per distribuire colpe e meriti, tutto è nato da un link che mi postato la mia amica Hella su Facebook. Questo link parla di una tizia giapponese, tale Marie Kondo, che, a quanto pare, ha scoperto la ricetta magica per il riordino definitivo. Ovviamente compro il libro. Si chiama Il magico potere del riordino e promette qualcosa di fantastico, ovvero di insegnarti come riordinare una volta, e che sia per sempre. Perché per me questo è sempre stato il problema di riordinare: una giornataccia di fatica mentale e fisica per incastrare il domino perfetto, e poi l'obbligo morale di dover perseguire la stessa linea maniacale ogni santo giorno perché se no in tempo zero la casa torna l'allegro macello di sempre. Dalle mie parti, si chiamerebbe schiavitù, questa.

Marie Kondo è chiaramente una persona disturbata. Ha cominciato con la fissazione del riordino all'età di cinque anni. Cioè, mentre io giocavo con le barbie, questa metteva a posto. Pazza. Racconta la sua infanzia sociopatica con la serenità dell'accettazione, ripercorrendo le tappe che l'hanno portata ad elaborare il metodo definitivo. A quindici anni tornava da scuola con l'ansia di mettere a posto. Io con quella di vedere Paso Adelante. Vabbè. Fatto sta che adesso fa la "consulente domestica", qualunque cosa questo voglia dire, e tiene corsi strapagati a casalinghe disperate e a manager che vogliono imparare a riordinare i propri uffici. Massimo rispetto.

Il suo metodo prevede un trattamento shock: metto a posto tutto nel più breve tempo possibile (lei ti dà un massimo di sei mesi), l'effetto sarà così sconvolgente che non avrò bisogno di rifarlo mai più per il resto della vita. E non perché d'un tratto mi trasformo in una maniaca dell'ordine e della pulizia, ma perché le cose che trovano il loro posto nella tua casa, e ci stanno felici, ci ritorneranno in maniera naturale. E la tua casa ti può aiutare a tenere ordine, pace e armonia con tutti i suoi coinquilini, partendo da te e finendo con gli elastici per i capelli, la confezione di domopak o le mutande.

Stop. Mi rendo conto che occorre fare un passo indietro. La filosofia di Marie Kondo non si basa propriamente sulla convinzione che le cose abbiano un'anima (non è così pazza) ma più che altro sul fatto che vadano rispettate, come se l'avessero. Cominciando dalla nostra casa, le quattro mura che contengono tutte le nostre cianfrusaglie. Marie Kondo, quando entra in casa, tutte le volte che entra in casa, ci si mette in mezzo e la ringrazia. E' convinta che una casa felice sia più collaborativa. Magari ha ragione. Lo stesso fa con i suoi oggetti: quando si sveste, la sera, ringrazia i suoi vestiti per averle tenuto caldo, prima di riporli, ringrazia le scarpe per il loro duro lavoro e gli orecchini per averla fatta bella. Dice che ci mette cinque minuti. Non le credo nemmeno se mi porta le evidenze fotografiche. 
Comunque. Questo era solo per farvi capire il personaggio e il suo tipo di approccio. Il suo metodo, che ha ribattezzato metodo Konmari, gira sostanzialmente intorno a questo: animismo spiccio, insomma.

I passaggi da seguire per il metodo Konmari sono pochi e semplici. Per prima cosa, prima di iniziare è necessario chiedersi qual è lo stile di vita che idealmente desidereremmo avere nella nostra casa. Con uno sforzo immaginativo, figuratevi il tipo di casa in cui vi vedreste passare il vostro tempo con animo sereno. Se io penso alla casa dove vorrei rientrare la sera, mi viene in mente un incrocio tra una baita di montagna, con tendine ricamate a punto croce, fuoco nel camino e panche in legno, la copertina sul divano e le padelle di rame appese, e una camera d'albergo, col bagno sgombro, le tende pesanti alle finestre e pareti asettiche. Cerco di tradurre il mio inconscio interpretando l'orrore architettonico che ho in mente come il desiderio per una casa con poche cose dentro, ma allo stesso tempo calda e accogliente.

Una volta che decidete di iniziare, fuori i coglioni. E' un riordino totale. E lo so, anch'io l'ho pensato: vivo in quaranta metri quadri, non avrò mica chissà quanta roba. Sì. Ce l'avete. Perciò siate pronti, fisicamente intendo.

Si riordina per categorie e non per stanze. Sembra una cosa stupida e invece funziona perché, un'altra volta, anche se non ce ne rendiamo conto, le nostre cose sono sparse dappertutto e in maniera illogica in giro per casa. Tipo, io ho scarpe in almeno tre posti diversi. Idem i medicinali. O i libri. Raggruppate tutto quello che rientra in una categoria e cominciate da quello, così siete sicuri di non aver lasciato indietro nulla.
La Maria suggerisce di cominciare coi vestiti (che sono i più facili ma anche i più abbondanti, generalmente), continuare con libri, carte, oggetti misti e finire coi ricordi, il cui sacrificio è tendenzialmente più difficile. Vi diffida dal cominciare coi ricordi, dice che non riuscirete mai ad uscirne, perché non siete abbastanza forti, quindi occhio. Se una categoria è troppo grossa, potete dividerla in sottocategorie: io ho diviso i vestiti in pezzi sopra, pezzi sotto, capispalla, intimo&calze, scarpe, borse, costumi. E ho introdotto altre categorie: trucchi, saponi et al., asciugamani, pentolame.
Funziona così: prendi una categoria, tiri fuori tutto, ma tutto, lo sbatti per terra e poi, un oggetto alla volta, scegli se tenerlo o buttarlo secondo questo metodo di discriminazione altamente efficiente: "Mi dà gioia?" Sì-No, tenere-buttare. Non ridete, non è una cazzata.  Funziona alla grande. E' l'unico modo per scegliere cosa veramente ci piace e ci fa piacere avere intorno e a cosa invece siamo disposti a rinunciare. Tutte quelle cose che si sono salvate dai decluttering precedenti perché forse ci rientrerò l'anno prossimo, l'ho messa poco ma è un peccato, la tengo da mettere in casa, altre scuse X, via. Vanno buttate. Non le rimetterete mai e non vi piacciono. Secondo Marie, non riusciamo a liberarci di queste cose perché o siamo attaccati al passato (mi piaceva tanto e adesso non più ma ci sono affezionata) o perché abbiamo ansia per il futuro (forse mi servirà). Io rientro in pieno nella seconda categoria, e non va bene. Lo scopo è circondarci di cose che ci piacciono e ci fanno star bene adesso, per tutto il resto non c'è spazio, ciao.
La parola magica è buttare: buttare ciò che non ci piace e trovare la giusta collocazione per il resto. Non è così facile, ovviamente. Buttare le cose è permesso, ma bisogna farlo con una certa diplomazia: sono cose che ci hanno accompagnato e ci sono state probabilmente utili per un periodo, lungo o breve, della nostra vita, perciò ci è richiesto di essere per lo meno riconoscenti. Ho fatto la prima mezzora a ripetere ad alta voce cose come: "Ciao calzini, siete stati molto morbidi e caldi e vi ringrazio per aver sopportato a lungo la puzza dei miei piedi, ma purtroppo ora avete un buco sul tallone e perciò vi devo buttare. Arrivederci a presto!" Dopo il tredicesimo addio circa ho mandato a cagare la filosofia di Marie e ho cominciato a infilare stracci nel sacco nero borbottando: "Sì vabbè, grazie tante a tutti ma qui mi ci vuole fino all'estate prossima".
La morale è che ho buttato via uno scatolone più cinque sacchi di roba. A me sembra tanto, ma in coscienza mi immagino la faccia severa di Marie che mi rimprovera, perché le aspettative sono di 20 -venti- sacchi per persona. Vabbè ciao, per riempire venti sacchi avrei dovuto buttare via il frigorifero e il gatto.

Una volta che hai deciso cosa tenere, lo devi rimettere al suo posto. Non semplicemente riempire ex novo i cassetti, no. Devi trovare il posto giusto per ogni cosa. Fuori dai denti, il posto dove le tue cose possano sentirsi felici. E io spero che i miei reggiseni e le mie calze si siano felici dove stanno, perché l'unica opzione alternativa sarebbe farli penzolare dal soffitto, perciò ragazzi veniamoci incontro.
Ma non è finita! Quando riponi le tue cose al loro posto, è un po' come se andassero in vacanza: hanno lavorato per te e ora si devono riposare ed essere comode. E potete immaginare come l'ultima di una pila di magliette schiacciata e soffocata dalle altre compagne possa essere comoda. Come si fa, allora? Semplice, si sistemano le cose in verticale. E va beh, sui libri e raccoglitori non ho problemi, Marie, ma per i vestiti ho avuto bisogno di chiedere l'aiuto da casa.


Come piegare le magliette affinché possano essere felici secondo il metodo Konmari.

Di base, vale l'idea che i vestiti stanno meglio piegati che appesi. Però anche la Marie conviene che ci sono alcuni capi che bisogna per forza lasciar penzolare da quei brutti orpelli che sono gli appendini, ad esempio le giacche e i cappotti. E come si fa per quei vestiti su cui abbiamo qualche dubbio? Facciamo la prova: appendiamo i nostri capi e li osserviamo. Ci sembrano felici? Svolazzano gioiosamente oppure stanno belli tesi con un certo aplomb? Allora significa che dobbiamo lasciarli appesi. Altrimenti li pieghiamo. Facile eh.
Ora, Marie, devo proprio confessare che ho imparato a piegare i collant con i tuo metodo, ho sistemato magliette e sciarpe in verticale, ma coi maglioni di lana giuro ho desistito. E' una stronzata, dai, Marie.


             

N.B. Come forse intuirete dal cassetto delle magliette, sarebbe preferibile disporre i colori dal più scuro al più chiaro. E' le giacche andrebbero sistemate dalla più lunga alla più corta. Ottimismo, raga. Rispettare entrambe le indicazioni non è stato facile, ma vi assicuro che il mio armadio adesso ha un'aria molto molto felice, credetemi.

Qual è la morale di tutto ciò? Che ovviamente non ringrazio la casa ogni volta che ci entro, né ringrazio piumino e stivali per avermi fatto compagni durante la giornata. Ma ho una casa sgombra e soprattutto un armadio in cui ci sono solo cose che mi piacciono e che metto, dove tutto è facilmente raggiungibile e non devo lottare contro squadroni di appendini per tirare fuori la camicia che mi serve tutta stropicciata. E' una sensazione bellissima e, sembra assurdo, ma davvero la vita sembra un po' più semplice. 
Non ho buttato via neanche un libro ma un sacco di scartoffie e riviste di cui non me ne facevo nulla, e le mie mensole sono molto più vuote e facili da spolverare. 
Ho schiacciato i sensi di colpa e ho buttato regali mostruosi e bomboniere inaffrontabili.

Mi sento meglio? Non tanto. Però ho risparmiato 40 euro da COS. 
E, cosa inaudita, non me ne sto neppure pentendo.


martedì 6 gennaio 2015

MAH. IO BOH.

Com'è?

Un anno iniziato peggio del 2015 non me lo ricordavo da, tipo, mai. Il due di gennaio già stavo calcolando i giorni che ci separano dal 2016. In lacrime. Per dire.

Il mio passatempo preferito in questi giorni è fantasticare su improbabili futuri altrove, futuri in cui io e il Pelliccia facciamo lavori che ci piacciono, abbiamo vacanze lunghe e passiamo tanto tempo insieme.
La visione più ricorrente è quella di me e lui, in uno di quei posti sul mare selvaggi (ma con la corrente elettrica e il wifi), in un piccolo appartamento con due vecchietti come vicini di casa. Lui farebbe lo skipper, io la libraia. Staremmo spesso in infradito e da dicembre a marzo potremmo tornare in visita a Milano perché si farebbe la stagione corta.

Altre varianti ci vedono trasferiti a Berlino, lui con cospicua borsa di studio, io giornalista freelance che Carrie levati; a San Pietroburgo con me che insegno italiano ai russi, perché immagino che questo tipo di mercato sia fiorente laggiù; a Lisbona, io traduco libri, lui è un affermato professore universitario.

Ma immaginarmelo come skipper devo dire mi diverte di più.

Insomma, avete capito che sto (ancora e di nuovo) scalpitando. Ho un chiodo fisso in testa e non posso pensare ad altro. Volevo scrivere sul blog, mi rendo conto che questo post fa schifo, non so ancora se lo pubblicherò o no, ma non riesco a concentrarmi su vestiti, trattamenti per capelli e minghiate. Non riesco ad essere naif, sono solo pesantepesantepesante. Sono un macigno.

Vorrei dirvi che ho iniziato il bagno di Harry Potter e, com'era logico, mi piace.
Vorrei dirvi del decluttering che sto attuando seguendo il metodo nazista di una giapponese.
Vorrei dirvi che oggi è l'epifania, e io sono a casa e mi aspetto la calza piena di dolci dalla mia mamma.

E invece ci ho messo mezza mattina a cagar fuori ste quattro righe sconclusionate.

Questo post fa schifo ragazzi, non me l'ero immaginato così il mio primo post 2015.
Mi spiace.

martedì 30 dicembre 2014

SPOILER: PAOLO FOX DICE CHE IL 2015 SARA' UNA BOMBA

Si è fatto il 30 di dicembre, e come ogni anno, la depressione capodannesca è alle porte.
Come sappiamo bene tutti noi, che siamo rimasti psicologicamente fermi alla quarta elementare, l'inizio del nuovo anno non coincide mai con l'arrivo di gennaio, bensì con settembre, mese depressivo per eccellenza.

Epperò, chi è rimasto attento e vigile, si ricorderà che, un anno esatto fa, sul blog giannico sono stati formulati alcuni -attenzioneattenzione- buoni propositi, e mai vorrei lasciarvi col dubbio che siano stati disattesi. Ebbene no, contro ogni aspettativa (e lasciando correre il calcolo delle calorie, che sapevamo tutti essere una cazzata) La Gianni ha sia imparato a darci dentro con l'unicinetto (prove fotografiche qui) che a vestirsi in maniera più adeguata alla sua vetusta età. Due prove completate su tre, applausi.

Vorrei essere tanto ottimista e propositiva da stupirvi con nuovi buoni propositi idioti per l'anno del signore 2015, ma a sto giro sono pervasa da un tale spleen che ciao, Charles, ciao, e mi sento più in vena di bilanci, invece. Sarà colpa di Facebook e dei suoi filmatini riassuntivi. Massì, facciamoci sto bilancione dell'anno 2014, dai.

Cos'è successo nell'universo giannico dopo il famoso post sui buoni propositi di cui pregasi vedere link sopra?

Vi tranquillizzo subito dicendovi che anche quest'anno non ho trovato il senso della mia esistenza, non ho capito cosa voglio fare da grande e non ho maturato rosee prospettive sul mio futuro, da cui il famoso spleen.
In compenso però quest'anno ho: 

cominciato a correre. Lo metto al primo posto perché non ho ancora smesso di stupirmi della cosa. Non raggiungevo un traguardo così importante da quando mi consegnarono le scarpe con la punta al corso di danza, e avevo 8 anni, credo. Ho il sospetto che la mia tenacia, che non sta cedendo neanche alle brume invernali, abbia radici profonde nel fatto che lo shopping a tema sportivo sia quanto di più godibile nel magico mondo retail, ma tutto ciò merita un post a parte, temo.

tolto 4 denti del giudizio, e questo significherà una sola cosa nel 2015: apparecchio ai denti, non aggiungo altro.

ricevuto lo sfratto da via dei Matti numero zero. Pensavo di prenderla male ma invece ho la testa così piena di fantasticherie in cui io e il Pelliccia abbiamo budget milionari e possiamo permetterci appartamenti favolosi (con delle persiane! Con pavimenti dritti! Bagni piastrellati! Ascensori!) che per ora l'elevato tasso di euforia non mi sta facendo intristire pensando alla perdita di vicini favolosi e commercianti a cui ero affezionata. Come disse Rossella, ci penserò domani. Intanto, non vedo l'ora di traslocare.

ottenuto una macchina da cucire e rotto quattro aghi, ma anche realizzato ben due borse dal nome giapponese, un porta torte imbottito, un calendario dell'avvento, un coordinato da cucina con grembiule e guanto da forno a tema natalizio. Il prossimo passo è Burda, e poi nessuno mi fermerà.

conquistato l'America. Ciao amici che mi leggete dall'altra parte del globo, e che sembrate apprezzare particolarmente il mio post sull' #DueCuori, prima o poi imparerò a decifrare le statistiche di Blogger e capirò come sia stato possibile tutto ciò.

svelato il segreto per avere capelli magici e belli, se siete stolti e vi siete persi il post lo recuperate qua.

Soprattutto, scoperto che non è vero che non cambia mai niente. Le cose possono cambiare, nessuno è condannato. E se sono cambiate così, senza preavviso, quest'anno, potrà succedere ancora e ancora e ancora, finché anch'io troverò il mio posto in questo vasto vasto mondo.

Per il 2015 ho già in previsione un blog a quattro mani con la Scoppiatissima Jo, un trasloco, un apparecchio, la saga di Harry Potter che non ho mai letto e mi è venuta voglia adesso, un decluttering fisico e mentale di cui vi parlerò a breve, e poi un premio Nobel, conquistare 24 territori e l'egemonia mondiale, perciò sarò parecchio indaffarata. 

Intanto, mi accingo ad affrontare con il consueto grande entusiasmo i festeggiamenti della Silvester night, forte di due solide certezze: un primo giorno dell'anno di letto e tisane e un'invidiabile minigonna di piume rosa.

Buon anno a tutti Funny Followers!


sabato 20 dicembre 2014

LA SOLUZIONE AI CAPELLI DI MERDA C'è, E SI CHIAMA TRATTAMENTO ALLA CHERATINA.

Devo assolutamente dirvelo.

Avete i capelli crespi? Mossi? Umido-sensibili? Piastra-repellenti? Benvenuti nel club, di cui sono socio benemerito. Parla per me la vastissima esperienza sul campo, maturata in anni di pieghe spiegazzate, oli miracolosi e riti woodoo. Anni passati a uscire di casa liscia e rientrare con un diavolo per capello, anni pieni di doppie punte, di chiome sfibratE e di incubi da meteo.

Beh, è finita. FI-NI-TA ragazzi! Alla veneranda età dei trenta meno uno ho finalmente trovato LA soluzione, quella che non prevede rapature a zero o trapianti, come spesso ho sognato, ma giusto quattro-cinque ore di passione dal parrucchiere: si chiama CHERATINA.

Sotto sotto, rimango convinta che un complotto ci sia: come the hell è possibile che nessuno me ne abbia mai parlato? Cos'è questa omertà??? Ho dovuto imparare a soffrire per purificare la mia anima e accettare con piena gioia e consapevolezza il momento del riscatto. E questo è arrivato una settimana fa esatta. Ad oggi, dopo ben due shampoo fatti e vari sbalzi climatici subiti, posso con leggerezza del cuore dichiararlo al mondo: la cheratina FUNZIONA.

Ma ricominciamo dal principio, ovvero da quel giorno in cui mi sono specchiata come se fosse la prima volta e i miei capelli mi stavano a loro volta guardando dallo specchio del bagno, così tristi, così depressi, così crespi e arruffati che mi si è spezzato il cuore e ho detto basta. I miei capelli si fidano di me e io devo prendermene cura. Se io li amo, loro mi ameranno di conseguenza e tutti vivremo felici e setosi per sempre.

Ho chiamato il parrucchiere e ho invocato aiuto. Morale: appuntamento per stiratura permanente.
Mi attacco all'internet e mi prende la paura. Recensioni drammatiche, storie tristissime di chiome devastate e un unico grido: non fatevi la stiratura chimica, la stiratura chimica è il male!

Sono andata dal parrucchiere e ho detto: parliamone. Per inciso, lo dico senza scrupoli di coscienza ché tanto, il parrucchiere in questione è un salone e si chiama Les Garcons de la Rue. Ci sono andata la prima volta quest'estate dietro consiglio della Scoppiatissima Jo e l'ho eletto a mio nuovo parrucchiere preferito per i seguenti motivi:

  • non è un salone, è uno urban-box, cioè un posto figo dove istallazioni fatte con i tubi dell'acqua servono ad accogliere spazzole e ferri e le poltrone sono sedie di plastica da bar girevoli. 
  • gli hair stylist sono tutti tatuati e fighi, con colori di capelli al limite della fantasia cromatica.
  • sono bravi.
Il trattamento me l'ha fatto Adina. Lei ha preso in mano le mie povere ciocche malmesse e ha decretato: no stiratura chimica ma sì alla vita, cioè alla cheratina. Perché? Intanto perché è un trattamento naturale che nutre il capello, invece di stressarlo e indebolirlo. La cheratina è una proteina già presente in abbondanti quantità nei nostri capelli (e nei peli anche). Shampoo, inquinamento, piastra e phon però la deprimono. Per questo una botta di cheratina ogni tanto risolleva l'umore dei nostri capelli, e di conseguenza anche il nostro, facendoli tornare morbidi e luminosi come li avevamo a cinque anni, nell'era ante-piastra. Inoltre, la cheratina non stravolge la natura del capello, perciò non si noterà lo stacco con la ricrescita perché la situa tenderà a tornare normale piano piano.

Come funziona la faccenda? Eh. Se volete un consiglio, portatevi un libro. Oppure lì son tanto carini che vi regalano la connessione al wifi. Insomma, trovatevi come impegnare il tempo perché la storia è lunga.

Prima ti lavano i capelli con apposito shampoo, così che siano belli aperti e pronti ad accogliere a braccia spalancate tutta la cheratina del mondo. Poi, una volta purificati ben bene ti spalmano ciocca per ciocca questa poltiglia bianca dall'odore nauseabondo e ti lasciano a mantecare un quarto d'ora buono. Segue asciugatura e piega con piastra. A quel punto hai i capelli come non li hai mai avuti e nemmeno sognati: lisci, morbidi come il cachemire di Loro Piana, setosi come nei tuoi desideri più proibiti. Non puoi fare a meno di scimmiottare la pubblicità della Pantene e ripeterti che tu vali. A quel punto, lo shock: bisogna rilavarli. COmE??? La vestaglietta nera ti appare in quel momento come un camice di forza, ti dibatti, NO! Non mi avrete mai! Non laverete i miei capelli! E invece sì. Sì perché bisogna metterci sopra una fiala di maschera fissante, se no tutto sarà perduto. Ti convincono. Altro shampoo, altra posa e poi... magia! Adina mi asciuga i capelli ad cazzum come faccio io di ritorno dalla corsa e questi sono lisci. Senza nessuno sforzo, i miei capelli sono lisci! Ma non solo lisci tipo post-piastra, sono ancora più morbidi, più leggeri, più setosi di prima. Non puoi fare a meno di accarezzarti e mormorarti complimenti da sola, vittima di uno dei peggiori casi di autismo tricotico della storia.

Sono uscita dal salone potente. Ho dei capelli meravigliosi e voi non potete nulla contro la loro magica forza. Delirio di onnipotenza a pacchi. Voglia di suscitare invidia nel prossimo. Nevrosi.

E ora, qualche domanda tecnica:

Quanto dura?
Non lo so, ancora. Dicono quattro mesi circa, e io ci spero con tutte le mie forze perché vi giuro, quattro mesi così, mi sembra di stare in paradiso. Dopodiché i capelli cominceranno a tornare normali (cioè brutti) a poco a poco. Questo è un bene, perché la ricrescita sembrerà naturale e non avrete lo stacco liscio perfetto sotto-cugini di campagna sopra.

Ogni quanto va rifatto il trattamento?
Mi hanno consigliato due volte l'anno. Vi farò sapere.

Ho buttato la piastra?
No. Il trattamento alla cheratina non è la stiratura chimica che ti riduce a una confezione di spaghetti, no. Certo, i miei capelli sono circa venti volte più lisci di com'erano prima, ma ho ancora bisogno di dare una bottarella di piastra dopo lo shampoo o la mattina per fissare le punte. L'impegno si riduce però a due minuti scarsi contro le mezzore a cui ero abituata e i capelli ti rimangono perfetti tutto il giorno. Non importa se piove, nevica o tira vento, quelli non si muovono. Rimangono in piega perfetta, lucidi, morbidi e splendenti come appena usciti dal parrucchiere.

Uso ancora i centordici prodotti che usavo prima?
No, per il semplice fatto che li ho sostituiti con prodotti specifici per i capelli trattati con cheratina, gentilmente rifilatimi da Les Garcons. Non so se cambi effettivamente qualcosa, ma per non rischiare io sto usando Shampoo e Maschera appositi e non me ne lamento. Avevo appena investito per una confezione famiglia di maschera all'olio di cocco nemmeno aperta ma fa niente, la regalo di cuore a chi se la piglia (è buona, comunque). Sto continuando però a mettere il mio olietto meraviglioso sulle punte la mattina perché mi piace coccolarle e spruzzo anche l'olio di cocco preso a New York più che altro perché ha un buon profumo.

Domandona finale: quanto costa?
Risposta: svariati bauli di dobloni. Non posso dirvi precisamente, perché Madre legge il blog e poi mi sgriderebbe dandomi della scialacquatrice folle. Vi basti sapere che siamo abbondantemente in doppia cifra. Ma amiche, credetemi, nulla, e ripeto nulla, potrà mai valere di più la pena. Nessun acquisto vi darà mai la stessa sensazione di onnipotenza che si prova ad avere dei bei capelli. Perciò per Natale non regalatemi diamanti, ma barili di cheratina per favore.

venerdì 12 dicembre 2014

PROCRASTINARE E' BELLO. La sfera, la biglia e il culone della Gianni.

Facendo parte della specie umana e dell'universo mondo, sento come diritto naturale quello di avere una tendenza spiccata a procrastinare.

L'intero universo vive e sopravvive alle avversità perché segue la linea di minor resistenza, ovvero persegue il proprio fine con il minimo sforzo.

Nel personale Universo Giannico, io voglio essere una sfera (non una palla, simpaticoni, una sfera!). Una bolla di sapone. Perché mai le bolle di sapone sono sferiche e non per esempio trapezioidali? Perché quella è la loro configurazione energetica più stabile. In pratica, la bolla sta a riposo. Minimo sforzo, massima resa. Per lo stesso principio le biglie rotolano, le molle tornano nella loro posizione iniziale e noi procastiniamo. Rimandiamo le cose noiose o complicate o che non ci piacciono per mera inclinazione naturale: perché mai, sotto i cieli, dovremmo far fatica? Appunto.

Io sono una fanatica sostenitrice del non fare oggi quello che potresti rimandare a domani, così intanto oggi ti puoi riposare. Mi sento pienamente giustificata in questo dalla natura umana ma, a quanto pare, la mia teoria trova scarsi riscontri nel web. Se provate a digitare "procrastinare" su Google, è un tripudio di pagine che vi insegnano come smettere. Ma perché? Sembra che procrastinare sia il male. Ti danno non solo del pigro e dell'ignavo, ma addirittura dell'infantile o del debole. Dall'altezza morale del mio divano, io vi sbriciolo i miei Pandistelle in testa, schiavi del sistema che non siete altro.

La mia teoria è semplice: se cerchi di fare tutto e subito e bene, non guadagni tempo ma lo perdi. Questo per il semplice fatto che il tempo risparmiato verrà riempito immediatamente da altri compiti. Non è tempo libero, è tempo in attesa di essere occupato. Se finisci un lavoro prima del termine di consegna, il tuo capo te ne affiderà subito un altro. Se stiri oggi una lavatrice, domani ne avrai un'altra. E poi c'è la legge di Parkinson: "Il lavoro si espande fino ad occupare tutto il tempo disponibile; più è il tempo e più il lavoro sembra importante e impegnativo". Tradotto, più tempo hai, più tempo impiegherai in lavoro. Se hai poco tempo per fare un lavoro, sei più efficiente e il risultato è uguale. Forse migliore. Io ho imparato questa santa verità ai bei tempi dell'università: se avevi una settimana per preparare un esame, ti ammazzavi notte e giorno e andava bene. Se avevi un mese, ti ammazzavi lo stesso notte e giorno perché non ti sentivi mai abbastanza preparato. E poi ok, andava bene, ma le tue tre settimane di scarto chi te le ripaga?

Perciò un sonoro STICAZZI a tutti voi. La differenza è tutta qui: se eviti di procrastinare e ti occupi di tutto subito, non avrai mai tempo per te; se invece procrastini, hai tempo per dormire sul divano, farti la camomilla, giocare col gatto, guardare Grey's Anatomy per la centocinquantesima volta. Poi a un certo punto rinsavisci d'un tratto e ti rendi conto che la bolletta sta per scadere, che hai il lavandino che rigurgita piatti sporchi, che devi prenotare la tal cosa e inviare la tal mail e fare la tal telefonata al tizio tale. A quel punto non hai più tempo, o muovi il culo o ciao. Quindi fai. Evviva! Sì, ok, magari ti ammazzi. Magari fai uno giorno no stop appiccicato al computer, oppure una domenica di pulizie di primavera, ma chissenefrega. Intanto, sei bello fresco e riposato. Anzi, magari sei anche un po' annoiato e fare il cambio dell'armadio ti dà più soddisfazione. E poi vuoi mettere il senso di onnipotenza quando esci vittorioso da una pigna di panni che ostruiva il passaggio in camera da letto piuttosto che stirare due magliettine scarne al giorno ogni giorno? In quei momenti io ho delle scariche di adrenalina che mi affaccerei dalla finestra brandendo il ferro e, come Scar sulla rupe, annuncerei alla via che questa è l'alba di una nuova era, nella quale leoni e iene lavoreranno insieme per costruire un glorioso futuro!

Poi mi sento in diritto a tornare a non fare un cazzo, perché ho lavorato tanto quindi perdio! ho il diritto di riposare! C'è da andare a ritirare le analisi del gatto? Fare la spesa? Riordinare il bagno? Eh no, oggi no, oggi ho fatto già tanto! Quello lo farò domani. Domani, quando il veterinario manderà la guardia forestale a vedere se mi sono smarrita nei tombini, il frigo sarà vuoto e in bagno si potrà fare la lotta nel fango.

D'altronde, lo sappiamo perfettamente tutte (e chi non lo sa, sciagura a voi!) che domani è un altro giorno. Lo diceva una che è diventata icona di stile indossando un vestito fatto con le tende di broccato della mamma. Se non vogliamo dare credibilità a lei, allora a nessuno.





martedì 9 dicembre 2014

DECLUTTERING SELVAGGIO: HO BISOGNO DI SPAZIO

Faccio fatica da andare a correre.
Faccio fatica a leggere.
Faccio fatica a scrivere sul blog.
Faccio fatica a dormire.

L'unica cosa che continuo a fare molto bene è sbagliare. Sbaglio una quantità di volte al giorno che è incalcolabile. Non pensavo di essere in grado di sbagliare così tanto spesso. Non pensavo fosse umanamente possibile. Forse sono un essere leggendario, con capacità mitologica di sbagliare innumerevoli volte sopra la media. Forse è così. Ma va bene, perché sbagliando si impara, dicevano, e io ne ho per un'enciclopedia.

Continuo a pensare a quello che vorrei fare nel tempo libero che non ho: vorrei andare dal parrucchiere, vorrei riordinare casa, vorrei cucire un abito a macchina, vorrei finire di leggere Musashi, che ormai sta facendo la muffa sul mio comodino, vorrei fare i compiti di russo, vorrei fare colazione fuori, vorrei stare un po' con il Pelliccia, vorrei scegliere la nostra nuova casa, che a Maggio ci sbattono fuori e non si sa dove andremo.

Io non ero pronta, in realtà. Stanno cambiando tante cose e tutte insieme, e non riesco ancora a prenderci le misure. Mi manca qualcosa, un po' di ossigeno, credo.

Però faccio progetti, in compenso. Per quando avrò un po' meno ansia e un po' più di tempo. Sono una persona ottimista sotto sotto.

Ho un nuovo trip, che è il decluttering. Come da ogni cosa che è banale ma ha un nome figo, mi ci faccio intortare come niente. Il decluttering di oggi è il mettere in ordine di ieri, ma oggi fa più figo e ci sono interi blog fantastici dedicati a questo. 
Decluttering significa liberarsi dagli oggetti inutili perché + spazio = - ansia = qualità della vita migliore.
Io sono una disordinata cronicizzata. Se sono stanca di più. Se sono stanca e depressa di più all'ennesima potenza. La mia casa in questi giorni sembra lo scenario di una di quelle puntate di Real time, voi sapete a cosa mi riferisco. Ho bisogno di aria. E non è facile come pensate voi, che vi sento, siete lì a dirmi: "Sforzati, la sera metti via i vestiti, non lasciare scarpe e borse in giro, raccogli i giocattoli della Nina, stira, pulisci!". No, non è così facile. Io funziono con l'interruttore: on/off. Quando raggiungo il livello per cui bisogna farsi strada col machete in casa mia, allora vengo presa da attacchi di iperattivismo, ribalto tutto e metto in ordine. Per un paio di giorni rimane tutto perfetto e immacolato, poi ricomincia il declino. E così via.

Adesso però la situazione è leggermente più complessa: c'è da cambiar casa, io e il Pelliccia dobbiamo abbandonare via dei Matti numero Zero e cercarci un'altra grotta pelliccica. E questo vuol dire una cosa, soprattutto: trasloco. Trasloco con mobili, che è peggio. Mi guardo intorno in casa mia e vedo che in soli tre anni io e il Pelliccia abbiamo accumulato una quantità di roba inaudita in questo piccolo spazio vitale: oltre ai miei acquisti compulsivi che riempiono armadi e scarpiere e cassoni sotto il letto e appendini, abbiamo accumulato bomboniere, vasellame, vincite da pesche di beneficenza, inutili articoli di cancelleria, caramelle che non piacciono a nessuno dei due e rimangono lì con lo scorrere dei mesi, pile scariche e mai riciclate, biglietti d'auguri, auricolari rotti, assurde cover del telefono, occhiali da sole, ricevute, riviste, sacchetti. Un cumulo di stronzate. Queste cose mi tolgono l'aria, mi mettono ansia, vanno eliminate.

Devo fare decluttering, nella mia casa e nella mia vita.

Starò meglio, poi.

martedì 2 dicembre 2014

DI PROFESSIONE COPIONA

Come mi lascio manipolare io dalle influencers, non ce n'è un'altra al mondo. 

Se da un lato sono perfettamente impermeabile a pubblicità e packaging carini (extrema ratio, che nella personalizzazione del latino giannico significa solo molto razionale), dall'altra sono un'incorreggibile copiona: io stalko la gente, rubo e spaccio per mio, vedi il doppio orologio copiato alla Ferragni nel lontano 2010 (outing).
Ecco perché seguo centocinquantadue fashion blogger e mi incazzo quando fanno le noiose come in questo periodo. Datemi qualcosa da copiare, perdio!

Ma la mia sete di plagio spudorato non copre solo la sfera delle più o meno celebrities e gente del web. Mi capita a volte di innamorarmi di persone very, l'amica, la vicina di casa, una tipa che incontro dal parrucchiere. Ci sono delle ragazze dotate naturalmente di uno stile così figo che non c'è una parola più figa di figo per descriverle. Io da un lato le odio e dall'altra le copio e voglio essere come loro. Ma cosa succede quando la copia giannica risulta solo un pallido surrogato della figa vera? Depressione, e poi più nulla.

Ad esempio, ultimamente mi sono innamorata della mia compagna di banco al corso di russo perché:
uno, è metà russa, indice di gradimento in impennata;
due, ha uno stile minimal-urban-salcazzo-chic che mi piace un botto.
L'outfit-tipo della tizia è: pantalone nero alla caviglia, camicia bianca, cardigan blu. Figa. 
Io: pantalone nero alla caviglia, camicia bianca, cardigan blu: suora laica in gita di piacere al San Carlone.
Lei è la queen dell'abbigliamento della crescita, quello che ti ricorda i tempi delle elementari quando ti riciclavano i vestiti della sorella maggiore ed erano un po' cortini, un po' pelucchini, un po' meh.
Si mette jeans inciucciati neri a vita altissima e maglioncino pesca che è cropped ma perché ha sbagliato lavaggio, e infatti le maniche stanno a sette ottavi. Figa. 
Io, lavaggio della lana a 90° perché voglio lo stesso effetto infeltrito: i City Angels vengono a portarmi coperte e brodo caldo.
Poi, lei ha lo zainetto di tessuto, quello con la coulisse. Non scrivevo la parola coulisse dal '95, ho dovuto googlarla per ricordarmi lo spelling. Figa.
Io: borsa toppissima in pitone moluro taglio front cut. Inadeguata.
E poi lei lei lei. Lei è l'icona del nuovo trend milanese inverno 2014-15, detto anche checcefrega checcemporta io alla calza ho detto no, ovvero: la caviglia scoperta. Sempre, ragazzi, anche nelle condizioni climatiche più avverse. Stringate carroarmate, pantaloni culotte e fiera caviglia di fuori. Maledetta me con collant e calzettoni, perché gesù ho tutti i jeans shreddati e prendo freddo.

Io vorrei, ma non posso. Uno perché di minimal nel mio guardaroba c'è ben poco. Due perché mi avete fatto comprare ben due piumini della Colmar prima di dirmi che le sporty spice non tirano più (n.b. ovviamente, Tipa Figa all'ultimo avvistamento in data 27/11/2014 portava ancora chiodino di pelle e probabilmente grasso di foca a strati). E tre perché io quelle cose lì da mettermi addosso ragazzi non le trovo. Ditemi che succede anche a voi, vi prego. A me capita di vedere una cosa che hanno addosso tutte, ma tutte, e che sta bene a tutte e pensare, beh, la voglio anch'io, d'altronde, se ce l'hanno tutte, ne saranno pieni i negozi. Zero. Zero se non sgraziate brutte copie da due soldi. E un solo quesito: ma loro, tutte le altre, dove vanno a fare shopping (se non da Zara, leggi tra le righe)? Questa collisione di fallimenti sartoriali succede oltremodo spesso con le ricerche più semplici. Tipo un cardigan nero. Perché è impossibile trovarlo? Cosa avrò chiesto di tanto azzardato, case di fast fashion che non siete altro, che non potete produrmi un diavolo di cardigan nero che non sia 100% poliuretano e con stravaganti applicazioni di swarovski al posto dei bottoni?

Oppure ci sono quelle cose che addosso alle altre sono una bomba e poi le provi tu e beh. Sì. Beh. Stavi meglio senza. Tipo gli skinny a vita alta da Donna Martins. Occhei quelli son difficili, lo ammetto. I maglioncini girocollo allora. Ragazzi mi stan di merda. Anche le francesine con la gonna: ho i piedi piccoli, sembrano gli zoccoli di uno gnu. Oppure, top of the pops, le sciarpe, peggio ancora se sono tartan. Trent'anni domani, e non aver ancora imparato a mettersi una sciarpa in modo carino che non scivoli. Mi è più facile imbroccare le formule in Excel, e ho detto tutto.

Insomma, a copiare ci si prova. A volte non-ce-la-si-fa. Extrema ratio ragazze, siate razionali. La moda è bella perché ce n'è per tutti. Copiate ma non vi accanite, se un look non fa per voi, mollate. Amica del corso di russo, io mollo, perché non avrò mai le tue gambette secche e lunghe, né il tuo adorabile accento toscano e credo neanche il tuo zainetto, per il semplice fatto che è fuori produzione da quando Cristina D'avena cantava la sigla dei puffi. L'unica cosa che ti copierò d'ora in poi saranno i compiti di russo, promesso, e ti prego solo di spostare il gomito un po' più in là, perché io ho il quaderno fucsia gigante e scrivo coi pennarelli e mi viene un po' fatica a spiare te, amica, che ovviamente hai la moleskine nera e prendi appunti piccolissimi con la tua penna a gel.


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